Quando le sciocchezze fanno ressa

Puntualmente, in occasione dell’anniversario della spedizione garibaldina in Sicilia, dalle diverse aree del mondo neoborbonico sgorga l’impetuoso ruscello delle fandonie, più o meno diffamatorie, che ne punteggiano la narrazione «controstorica». Ad esempio, ricorrendo la data del 30 maggio, ci viene svelato quale sorte Garibaldi avrebbe riservato ai fondi depositati nelle casse del palermitano Banco regio al di là del Faro che ammontavano a

«oltre 5 milioni di ducati in oro e argento […]. Essa era costituita in gran parte da depositi di privati cittadini che si videro perciò privare dei loro risparmi che furono distribuiti ai garibaldini, ai collaboratori del posto, e per la <conversione> alla causa <umanitaria> di altri ufficiali meridionali. Garibaldi lasciò un pezzo di carta con scritto <per ricevuta di spese di guerra> e la promessa che il nuovo Stato l’avrebbe restituito tutto e rimesso i conti in ordine. Questo foglietto restò negli archivi dell’Istituto, prima in quello Contabile e poi in quello Storico. La promessa si perse tra le migliaia di assicurazioni di quel tempo».

Così certifica Giuseppe Ressa, che credo sia un ingenuo medico ertosi di colpo a propalatore della “vera storia”, nel suo testo «Il Sud e l’unità d’Italia», un rozzo centone pubblicato nel sito “Il Brigantino-Il portale del Sud”, testo che accozza insieme tutte le storielle spacciate dal mondo neoborbonico, dalla flotta delle Due Sicilie che comprendeva «i 4/5 di tutto il naviglio italiano» a Cavour che comprava locomotive da Ferdinando II, a tutto l’altro ciarpame che non val la pena qui ricordare per esteso.

Ma torniamo al Banco, da dove secondo Ressa si estrassero anche ducati d’oro, che però come si vedrà non c’erano, per fini ignobili e soprattutto per corrompere ufficiali borbonici secondo il noto pettegolezzo privo di ogni fondamento sul quale non mette conto di spendere una sola parola1.

Ma poniamo una domanda seria: vennero prelevate delle somme dal Banco durante i mesi della Dittatura e della successiva Luogotenenza? Sì, questo prelievo ci fu, tanto che il nuovo regno d’Italia rifuse al Banco di Sicilia, erede del Banco regio, con il R.D. 1-5-1870, n. 5635 la somma di £. 3.920.928,76 pari a 922.571 ducati2: altro che illusorio «pezzo di carta» garibaldino. E quanto alla “scoperta” dei denari sottratti ai privati cittadini, se davvero tutti i depositi fossero stati prelevati il Banco sarebbe fallito, non avrebbe ripreso la sua attività dopo qualche mese e i cittadini palermitani avrebbero chiesto di essere ristorati dei danni sofferti. Ma nessuna fonte, comprese quelle borboniche, riferisce di questa pretesa confisca e in qualche decennio di ricerche presso l’Archivio di Stato di Palermo di simili istanze io non ne ho mai trovate, malgrado via siano molte richieste di indennizzo per danni sofferti dai «danneggiati politici».

Questa non è peraltro l’unica fandonia circolante a proposito delle pretese manomissioni dei quattrini custoditi nel Regio banco. Si trovano sulla rete anche ricostruzioni come questa:

«Addì Primo giugno 1860 – In questo giorno avviene la consegna ufficiale del Banco delle Due Sicilie a Palermo. Erano 5.444.000 ducati d’argento del Regno delle Due Sicilie, (nessuna piastra turca, che nel Regno non era in circolazione). (Ippolito Nievo)
Addì Primo giugno 1860 – In questo giorno, Francesco Crispi, parla di un trasporto di “viveri” dal Banco delle Due Sicilie di Palermo alla fortezza del Castellammare, luogo dove erano conservati i rifornimenti dell’esercito borbonico. Il trasporto avvenne con dei furgoni “blindati”, utilizzati normalmente per il trasporto di merci pregiate e non visibili».

Sembrerebbe dunque, secondo chi divulga questa «notizia», che i garibaldini abbiano trasportato nascostamente «merci pregiate», cioè quattrini, dal Banco al Castellammare. L’informazione è falsa e non potrebbe non esserlo poiché alla data del primo giugno il Castellammare di Palermo era ancora notoriamente nelle mani del presidio borbonico. Rimettiamo allora le cose a posto.

Il primo di giugno del 1860 a termini della convenzione firmata il giorno precedente tra il luogotenente generale, Lanza, e Garibaldi, viene consegnato a Francesco Crispi, nella qualità di Segretario di Stato su nomina del dittatore, il Banco Regio dei Reali dominii al di là del Faro nelle cui casse si trovano esattamente ducati 5.409.298,20 in argento e ducati 35.246,10 in rame per un totale di d. 5.444.444,303. Non si capisce cosa c’entrino con questa consegna le inesistenti piastre turche delle quali si favoleggia e l’ignaro Ippolito Nievo: su questo comunque rimando al mio opuscolo «I megafoni di re Ferdinando» liberamente consultabile sul sito «Academia.edu».

E veniamo ai furgoni e al loro carico, dei quali nulla disse, né avrebbe potuto, Francesco Crispi, e sarebbe utile sapere quale sia la fonte di questa «notizia». Ne riferisce invece il «Giornale del Capo di Stato Maggiore» dell’esercito borbonico, maresciallo di campo Giovanni Salzano. Secondo questo documento di fonte certa, il giorno 31 maggio alcuni furgoni – l’aggettivo «blindati» non compare nel testo di Salzano, e sarebbe interessante sapere chi lo ha aggiunto al racconto – che avevano trasportato i feriti napoletani dal Palazzo Reale «a bordo dei Reali piroscafi» nel tornare indietro avevano caricato al Castellammare «parecchie migliaia di viveri, di cui le riserve del Real Palazzo» mancavano. La stessa scena si ripeté il giorno seguente, 1° giugno, malgrado alcune proteste e inciampi mossi dai garibaldini4. Le truppe di Francesco II cioè prelevarono dal Castellammare dei viveri di cui avevano bisogno e li traportarono al loro campo trincerato. Da dove salti fuori il Banco non è dato sapere.

Ecco dunque svelato il preteso e allusivo carico misterioso, che tale non fu e non dovrebbe risultare a chi nel ricostruire e diffondere gli eventi passati voglia servirsi dei documenti e non di voci vaghe e fantasiose. Sarebbe bene che chi vuole spezzare il pane della scienza storica ai suoi «followers» si assicurasse che fosse fatto di farina e non di gramigna.

1 Sulla ridicola storiella della corruzione di Francesco Landi si veda in questo sito l’articolo “Landi o del tradimento a credito”.

2 R. Giuffrida, Il Banco di Sicilia, Palermo 1972, p. 166.

3 R. Giuffrida, Il Banco di Sicilia cit., pp. 144-145.

4 1860. Documenti riguardanti la Sicilia, s.d., s.l. pp. 335-336. Il libro è una pubblicazione ufficiosa curata dal governo di Francesco II che riproduce numerosi documenti di parte borbonica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.