Fifa reale

La rivoluzione che nel 1820 lo aveva costretto suo malgrado a concedere la costituzione aveva talmente terrorizzato Ferdinando I delle Due Sicilie che il suo ritorno a Napoli da Lubiana, dove si era recato a chiedere l’intervento delle armi austriache per rimettere al loro posto i suoi insubordinati sudditi, avvenne con estrema cautela e in tempi molto dilatati, per consentirgli di giungere alla sua capitale dopo che ormai le imperiali truppe avessero provveduto a ristabilire definitivamente l’ordine.

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Un eccidio nella Sicilia antiborbonica

Il 31 gennaio 1822 a Palermo venivano fucilati perché “carbonari” i sacerdoti Giuseppe La Villa e Bartolomeo Calabrò nel cortile della Real Casa di Correzione (l’ex Quinta Casa dei Gesuiti, attigua alla casa del duca di Montalbo), Pietro Minnelli, Giuseppe Candia, Natale Seidita, Antonino Pitaggio, Giuseppe Lo Verde, Salvatore Martines e Michele Teresi nel poco lontano largo della Consolazione. Molti di essi erano giovani o giovanissimi: ventisei anni il Seidita, ventiquattro il Pitaggio, addirittura ventuno il Lo Verde.

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Carlo Alianello e i fucilati inesistenti

Carlo Alianello rimane ancora oggi il pontefice massimo del neoborbonismo, il vero creatore delle più incredibili fandonie sul mitico regno delle Due Sicilie propalate a piene mani da nipotini zelanti. Fu Alianello a coniare la similitudine tra l’esercito del regno d’Italia e le rappresaglie naziste, a lodare la mitezza del carcere inflitto ai detenuti politici dal magnanimo Ferdinando II, a regalare alla signorina Penelope Smyth, probabile «avventuriera», lo zio Palmerston, a incontrare i fantasmi dei soldati dell’esercito borbonico al chiaro di luna, a magnificare l’evangelica misericordia del buon re Ferdinando.

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L’elmo di Scipio di Jacopo Lorenzini

Questo libro è il racconto corale dei sogni, delle illusioni, delle contraddizioni di coloro che parteciparono al Risorgimento indossando un’uniforme. Una storia culturale e politica della professione di ufficiale nell’Ottocento italiano, raccontata attraverso le vite di tre uomini eccezionali. Salvatore Pianell, Enrico Cosenz, Cesare Magnani Ricotti.

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Su Carlo Poerio, da Vienna

Ad osservare con grande preoccupazione la politica giudiziaria e l’attività repressiva del governo di Napoli non era soltanto il mondo politico liberale europeo: attento alle ripercussioni che potevano essere suscitate nell’opinione pubblica internazionale era anche un governo fortemente conservatore, e deciso sostenitore della monarchia borbonica, quale quello austriaco. In particolare le accuse e il processo contro il barone Carlo Poerio, del quale erano ben note le caratteristiche di moderazione politica e di probità intellettuale, sollecitava l’attenzione anche della stampa di Vienna, sede del governo che più era amico e sostenitore del regno borbonico. E i diplomatici napoletani ne erano fortemente indispettiti e cercavano di provocare provvedimenti restrittivi da parte delle autorità.

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Per fortuna che c’è Lombroso

Il neonato ma perfido Regno d’Italia ricorreva ai mezzi più subdoli per sterminare i soldati meridionali. Ce lo garantì,qualche anno fa Pino Aprile riprendendo una scoperta di Gigi Di Fiore, uno studio statistico sanitario sui «decessi nell’armata italiana» pubblicato nel 1864 nella «Rivista clinica di Bologna». Con la garanzia di due calibri del genere di Aprile e Di Fiore, a chi verrebbe mai l’ombra del dubbio sulla precisione di questi dati? E infatti sulla «Rivista clinica di Bologna» pubblicata nel 1864 quello studio non c’è.

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Carlo Alianello e le carceri scomparse

Nel quadro della «Borbonian Renaissance» che da alcune ben precise aree “culturali” – e uso il vocabolo in senso strettamente antropologico – si continua a promuovere, riaffiorano anche antiche polemiche mosse a suo tempo dagli apologeti del governo napoletano per ribattere alle accuse che gli venivano mosse.
Si è tornati a così a parlare, riprendendo l’antologia romanzata di scrittori legittimisti pubblicata da Carlo Alianello una cinquantina d’anni fa, delle famose lettere sull’amministrazione della giustizia nel regno borbonico e sulle carceri napoletane scritte nel 1851 da William Gladstone al politico conservatore Lord Aberdeen, sollevando dubbi sulle reali motivazioni e circostanze del soggiorno dell’uomo politico inglese a Napoli, e negando che la sua testimonianza sulle condizioni dei detenuti politici fosse fondata su un’esperienza diretta.

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