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La mafia dalla realtà al neosuddismo

Che “post hoc ergo propter hoc” sia una fallacia logica, lo si impara alla scuola media. Ma ciò che vale nel mondo reale non vale nel fantastico mondo neo-borbonico, neosuddista, neoqualcosa: e dunque, la parola “mafia” si diffonde dopo l’unità d’Italia grazie alla commedia di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, I mafiusi di la Vicaria, 1862-1863 (nella quale peraltro compare solo l’aggettivo, ma non il sostantivo)? Ne consegue che la mafia l’hanno fatta nascere Garibaldi, Cavour, il nuovo Regno. Gli archivi restituiscono ovviamente una realtà diversa, come si vedrà subito: ma questo per i tifosi della “vera storia” conta poco.

E tuttavia già l’assunto di base è sbagliato. Il sostantivo “mafia” è registrato infatti per la prima volta – o almeno questa è la prima occorrenza ad oggi nota – da Alessandro della Rovere, luogotenente del re in Sicilia, in una lettera indirizzata all’amico Genova Thaon di Revel il primo maggio 1861. Nel testo, che si legge nelle memorie di Thaon, Da Ancona a Napoli, Milano, Dumolard 1892, p. 180, della Rovere scrive da Palermo: «Qui v’è pure la camorra, non meno cattiva della napoletana. La chiamano maffia». Dunque nel 1861 non solo il fenomeno criminale già esisteva, ovviamente con caratteristiche diverse da quelle dell’organizzazione descritta in anni più tardi, ma era già conosciuto con il nome che mantiene ancora oggi. E solo qualche mentecatto può credere che potesse essere nato ed essersi sviluppato nell’arco dei pochi mesi trascorsi dal plebiscito del 21 ottobre.

A ulteriore riprova dell’esistenza di quelle “unioni o fratellanze” in epoca abbondantemente preunitaria stanno non solo il rapporto che il regio procuratore di Trapani Pietro Calà Ulloa scrisse al suo ministro nel 1838 (in E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Perrella, Roma 1945, pp. 22-224) ma anche talune disposizioni del governo napoletano. Il 17 settembre 1845 infatti il ministro di Grazia e Giustizia emanava un suo rescritto con istruzioni atte a colpire gli «individui combinati in talune province» per danneggiare i beni altrui: costoro, con la loro unione, si imponevano ai danneggiati che, intimoriti, non osavano denunciarli: che è il classico modus operandi delle cosche mafiose (Archivio di Stato di Palermo, fondo Intendenza, b. 835). Ma non si può pretendere che i “neoetc.”, oltre a favoleggiare di archivi che custodiscono la “vera storia”, li frequentino pure.

Un pensiero su “La mafia dalla realtà al neosuddismo

  • Saveria Vera Lombardo

    Uhm sì ma ha dato vita a fenomeni preoccupanti tipo questo…

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