Le vie del commercio nel Sud borbonico

La politica della lesina ostinatamente praticata da Ferdinando II ebbe conseguenze pesantemente negative sul processo di infrastrutturazione del suo regno che presentava in quel settore strategico vistose carenze. Se è largamente, e anche polemicamente, nota la scelta di limitare al massimo lo sviluppo della rete ferroviaria, minore attenzione viene comunemente riservata dalla pubblicistica corrente ai sistemi viari di comunicazione e, al di là della retorica apologetica dei tardi sostenitori della dinastia sull’uso delle presunte «autostrade del mare», perfino al sistema di porti che avrebbero dovuto rendere funzionali allo sviluppo economico dei territori del regno – che di quella politica erano le prime vittime –proprio quelle vie tanto magnificate dai futuri borboniani.

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L’economia siciliana a metà dell’Ottocento

Le precarie condizioni economiche in cui versavano i «domini al di là del Faro» del Regno delle Due Sicilie erano oggetto costante di analisi e di preoccupate proposte da parte di molti studiosi siciliani. Il catanese Alessio Scigliani, economista e statistico oltre che cultore di molte altre discipline scientifiche, scriveva nel 1837: «L’agricoltura presso di noi non può dirsi florida […] dovrebbe costituire la nostra più grande ricchezza e resta stazionaria per non dire retrograda» e lamentava l’abbandono in cui era tenuta la pubblica istruzione in Sicilia1. Né la situazione era ignota alle autorità di governo.

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Palermo 1815-1860. L’economia preindustriale di una ex capitale di Augusto Marinelli

In tempi di revisionismo storiografico e di nostalgismo neoborbonico, cui si deve una rappresentazione del sistema economico e dell’apparato produttivo del Regno delle Due Sicilie che lo colloca al livello dei paesi più progrediti industrialmente al confronto con gli stati preunitari della Penisola, il libro di Augusto Marinelli sull’economia della capitale dell’ex Regno di Sicilia (1815-1860), rifuggendo da semplificazioni e generalizzazioni, si colloca sul piano di un’analisi rigorosa dei fatti documentati, di tenore e merito assai lontani dalla tesi sopracitata.

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I borbonici contro i neoborbonici

L’universo neoborbonico non riesce a spiegarsi il crollo del Regno delle Due Sicilie nell’arco di pochi mesi – la rivoluzione siciliana, riaccesasi nella primavera 1860, conosce una accelerazione improvvisa con lo sbarco dei Mille a Marsala; quattro mesi dopo c’è un governo garibaldino a Napoli – se non attribuendolo ad un complotto planetario che dura ancora oggi, alla corruzione di migliaia di ufficiali borbonici di tutte le armi, e fors’anche al sostegno delle potenze infernali al Piemonte governato da orde di massoni scristianizzatori.
Eppure le cause profonde di quel crollo erano ben note alla sua vigilia anche agli esponenti più fedeli della dinastia. È sufficiente leggere i testi di quel campione del legittimismo che fu Giacinto De Sivo, citatissimo ma scarsamente studiato dagli “storici” accorsi sotto le bandiere del revisionismo alla Antonio Ciano o alla Pino Aprile.

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Sul Regno delle Due Sicilie “terza potenza industriale”

Poiché, malgrado le continue smentite, continua a essere diffusa da allocchi e furbastri, tra i pretesi “primati” borbonici, la fandonia assurda del Regno delle Due Sicilie “terza potenza industriale”, non si sa bene se dell’Europa o del mondo, come tale riconosciuta – non è ben chiaro con quale modalità – all’Esposizione Universale di Parigi del 1855, che talvolta diviene con un doppio errore 1856, spero che questa breve nota possa contribuire a fare la necessaria chiarezza.

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Il pensionato è mio…

La fantasia neborbonica non conosce confini, spazia senza soluzione di continuità dal campo scientifico a quello artistico, da quello economico a quello finanziario senza risparmiare il settore mutualistico e previdenziale. In un lunghissimo elenco di primati suddivisi per anno consultato in data 18 maggio 2020 nel sito del “Movimento neoborbonico” si legge infatti: «1818 prima istituzione del sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2% sugli stipendi)». La notizia è falsa.

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Per fortuna che c’è Lombroso

Il neonato ma perfido Regno d’Italia ricorreva ai mezzi più subdoli per sterminare i soldati meridionali. Ce lo garantì,qualche anno fa Pino Aprile riprendendo una scoperta di Gigi Di Fiore, uno studio statistico sanitario sui «decessi nell’armata italiana» pubblicato nel 1864 nella «Rivista clinica di Bologna». Con la garanzia di due calibri del genere di Aprile e Di Fiore, a chi verrebbe mai l’ombra del dubbio sulla precisione di questi dati? E infatti sulla «Rivista clinica di Bologna» pubblicata nel 1864 quello studio non c’è.

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