Economia

De’ Medici e la salute economica della Sicilia

Mantiene una rigorosa validità metodologica l’ammonimento di Paul Bairoch (Economia e
storia mondiale. Miti e paradossi, Garzanti, Milano 1996, p. 64) che sottolineava l’estrema
difficoltà di «ogni tentativo di isolare un fattore particolare all’interno del complesso miscuglio
di fattori che influiscono sullo sviluppo economico» qual è, ad esempio, «l’impatto delle
politiche commerciali». Tuttavia alcune osservazioni su questa materia possono essere
utilmente ricavate da un’attenta analisi dei testi approvati dai governi e delle conseguenze che
ci si attendeva dalla loro applicazione nel quadro dei provvedimenti assunti per regolare
l’economia dello stato. È questo il caso, a mio avviso, della scelta in materia di dazi doganali
attuata dal governo napoletano di Luigi de’ Medici nel biennio 1823-1824, sotto Ferdinando I
delle Due Sicilie: e non perché sia stata una scelta “protezionista” – tutti gli stati in quegli anni
avevano innalzato una barriera di dazi a protezione delle proprie economie a cominciare dal
Regno Unito, per tacere degli USA dove tariffe fino al 40 o al 50% gravavano su taluni settori
merceologici (Treasury Department, The existing tariff on imports into the United States etc,
Washington 1888, passim) – ma per la discriminazione che introduceva tra le due sezioni del
regno borbonico, i domini «al di qua» e i domini «al di là» del Faro, a beneficio esclusivo della
prima.
In un breve articolo non è possibile trattare l’argomento in modo compiuto: ma basteranno
pochi esempi per chiarirne i termini.
Per gli scambi commerciali tra la Sicilia e le altre province del regno il R.D. 30 novembre 1824
stabiliva in linea di principio la libertà di “estrazione”, per usare il linguaggio dell’epoca, delle
merci: ma prevedeva alcune eccezioni unidirezionali molto significative. I generi soggetti a
privativa, i manufatti stranieri, i lavori in ferro e in ferro filato potevano essere liberamente
esportati dalle province peninsulari nell’isola; non era invece consentito il passaggio inverso se
non col pagamento dello stesso dazio pagato dalle merci analoghe giunte dai paesi esteri.
Egualmente tutte le materie prime come lana, cotone, olio, se spedite verso la Sicilia avrebbero
pagato il dazio previsto dalle tariffe vigenti, sarebbero state esenti se avessero percorso il
cammino contrario. Le manifatture impiantate al di qua del Faro, grazie a questo meccanismo
vantaggioso di rifornimento delle materie prime, venivano dunque protette anche contro ogni
possibile concorrenza che cercasse di sorgere al di là del Faro dove i costi sarebbero stati gravati
dai dazi intenzionalmente applicati. Ne fu una dimostrazione plateale la sorte infausta toccata
al progetto di un opificio di panni di lana che il marsigliese Antonio Barbier nel 1833 avrebbe
voluto erigere in Palermo e che non vide nemmeno un inizio di attuazione per le manovre
ostruzionistiche degli imprenditori napoletani sostenuti dagli esperti e dal governo di
Ferdinando II (A. Marinelli, Palermo 1815-1860. L’economia preindustriale di una ex capitale,
Torri del Vento, Palermo 2018, pp.76-83).
Dall’isola si levarono contro le scelte governative numerose proteste, che caddero però nel
vuoto. Vincenzo Mortillaro, ad esempio, denunciò con vigore ma inutilmente che «il libero
cabotaggio proseguiva a soffocare ogni sorta d’industria manifatturiera nell’isola» (Appendice
alle considerazioni sul cabotaggio tra Napoli e Sicilia, Palermo 1837, p. 15), chiedendo che il re
mutasse politica.
E questa “guerra parallela” allo scontro politico in atto tra le “due Sicilie” fu causa non ultima
del risentimento antiborbonico che portò l’isola ad avere un ruolo primario e fondamentale nel
sommovimento rivoluzionario che provocò il crollo del regno di Francesco II nel 1860.

In primo luogo, essa imponeva ai comuni ed ai privati  cittadini, ex sudditi dei feudatari, di
indennizzare i vecchi signori della perdita delle rendite fiscali di cui questi godevano. In
secondo luogo, non era prevista la ripartizione dei vecchi possedimenti feudali, che furono
giudicati semplicemente allodiali, quindi proprietà privata dei vecchi feudatari. In terzo luogo,
si procedette all’esproprio a vantaggio dei magnati delle vecchie “terre comuni”.

La conseguenza di questo fu la riforma agraria compiuta nel 1812 in Sicilia, che consistette in
una gigantesca spoliazione di terre a discapito dei poveri ed a vantaggio di un esiguo numero di
latifondisti.
Il governo borbonico decise di porre termine alla condizione giuridica di possesso comune di
terre ed uso di pascoli e risorse d’acqua vigente presso numerosissime comunità locali ed
esistente da molti secoli, secondo alcuni risalenti in qualche modo sino all’epoca romana ma
certamente almeno fin dal Medioevo.
Invece di prendere la forma di possessi feudali, con i connessi diritti e servitù, le terre ora
acquisivano lo status di proprietà privata senza vincoli, di cui il proprietario poteva disporre
come meglio credeva.
Questa trasformazione delle terre feudali in proprietà privata fu accompagnata dall’abolizione,
sempre nel 1812, degli usi civici, come i diritti di pascolo e quelli di accesso ai boschi ed alle
fonti idriche, che  i contadini prima potevano esercitare all’interno delle tenute.
Successivamente, nel 1817 furono aboliti i diritti di pascolo sulle altre terre comuni, che si
stabilì fossero ripartite fra i privati.
In conseguenza di queste leggi, tutte le vecchie “terre comuni” del regime feudale furono in
breve tempo recintate e trasformate da pascoli ad arativi di proprietà privata.
Queste riforme agrarie ebbero effetti devastanti sulle condizioni economiche dei contadini, che
peggiorarono in conseguenza delle usurpazioni illegali per mezzo delle quali i grossi proprietari
presero semplicemente possesso di fatto delle terre un tempo di uso d’intere comunità.
La legislazione promulgata affermava che era sufficiente l’uso della terra per convalidarne il
legittimo possesso e demandava gli eventuali contenziosi ai tribunali. In teoria, la legge
garantiva le comunità rurali, ma di fatto nell’applicazione ciò non avvenne: questo iato fra il
diritto astratto e la realtà concreta si ritrovò spesso nello stato borbonico.
I latifondisti poterono servirsi per gli espropri sia del loro braccio armato costituito da piccoli
eserciti privati, i famosi “campieri” che erano non troppo diversi dalle vecchie masnade feudali
ovvero dai bravi di manzoniana memoria, sia della stessa autorità pubblica da loro controllata
localmente.

2 pensieri riguardo “De’ Medici e la salute economica della Sicilia

  • Augusto Marinelli

    Ringrazio molto per la pubblicazione di questo brevissimo intervento. Preciso però che il testo si conclude con le parole “regno di Francesco II nel 1860”. L’ultima, estranea parte si deve evidentemente a uno dei soliti problemi di digitalizzazione. Ancora grazie all’amico che si è occupato della pubblicazione e a tutti auguri per il nuovo anno.

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  • roberto tripodi

    Intervento interessante che illumina la questione daziaria, certamente concausa dell’implosione del regno borbonico. Colgo connessioni con la politica fiscale trumpiana, anche se non vedo nè Rosolino Pilo, nè Giuseppe La Masa all’orizzonte.

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