Piaghe dell’Istruzione Pubblica napoletana

Napoli, agosto 1860. Francesco II sta di malavoglia tentando di riverniciare di liberalismo il suo trono col nominare un nuovo governo e concedere una costituzione, provvedimenti che serviranno solo a innescare un conflitto politico e sociale che sfocerà poi nel “Grande brigantaggio” post-unitario. Nelle botteghe dei librai compare intanto un libello anonimo – come accadeva spesso in quegli anni per sfuggire alla vigilanza poliziesca, ma scritto da Francesco Del Giudice, uno studioso di problemi pedagogici – che descrive le condizioni del pubblico insegnamento nel reame: titolo, «Piaghe dell’Istruzione Pubblica napoletana».

L’assunto dell’autore è chiarissimo: la gloriosa Università napoletana, l’unica dei domini al di qua del Faro, ricca di illustri tradizioni di uomini e studi, è ormai in piena decadenza a causa della politica gretta e miope di Ferdinando II che ha lesinato i mezzi e ignorato gli studiosi che avrebbero potuto mantenerla all’altezza del suo passato. Così i laboratori scientifici sono rimati privi degli strumenti e dell’attrezzatura indispensabili per poter eseguire le ricerche necessarie per stare al passo con i progressi della scienza. In cattedra sono saliti cortigiani privi di titoli e di pubblicazioni, talvolta somari assoluti ma ben visti dal governo, mentre intellettuali di notevole spessore sono stati scartati perché ritenuti di idee «sovversive». In qualche caso si è raggiunto il ridicolo, come nel caso della sostituzione di Ernesto Capocci, direttore dell’Osservatorio astronomico di fama internazionale, estromesso per essere stato eletto al parlamento nel 1848: il suo naturale successore, Antonio Nobile, non ha avuto il posto perché vedovo di Maria Giuseppa Guacci, una poetessa ben nota per la sua attività letteraria e politica improntata ai principi liberali.

Ma se questa era la condizione dell’Università secondo la denuncia di Del Giudice, non minori erano i danni che l’atmosfera di sospetto e di oppressione che gravava sul paese arrecava ai giovani che intendevano frequentarla, soggetti a divieti e vincoli di varia natura. A norma del r.d. 2 aprile 1857, n.3926 potevano «fare in Napoli il corso dei loro studii» e sostenervi gli esami per tutti i gradi dottorali soltanto i «naturali delle provincie di Napoli e Terra di Lavoro», salvo beninteso l’osservanza dei regolamenti di polizia. I giovani di tutte le altre province del regno dovevano invece sostenere gli esami per il primo grado in un liceo della provincia stessa o – qualora quella di residenza ne fosse sprovvista come in Capitanata, Reggio o Cosenza – di quella prevista dallo stesso decreto; nei licei era loro possibile anche sostenere gli esami di laurea in teologia, letteratura, giurisprudenza, scienze fisiche e matematiche. Solo per medicina, chirurgia e filosofia il corso di studi doveva essere frequentato nella Capitale.

Ma per stabilire la residenza in Napoli gli studenti delle province avevano bisogno di una “carta di soggiorno” che doveva essere rinnovata ogni due mesi pagando due carlini e per la quale serviva il beneplacito delle autorità di polizia, che tenevano d’occhio le case e i caffè dove si radunavano i giovani per vigilare sui libri che vi si leggevano e sui discorsi che vi si tenevano. Inoltre ogni studente doveva essere iscritto a una “Congregazione di Spirito” da frequentare tutte le domeniche ed esibire un certificato che ne dimostrasse la regolare frequenza dei sacramenti.

A testimoniare poi l’atteggiamento delle autorità verso gli studenti va ricordato che li si designava tutti abitualmente coll’appellativo di “calabresi”, termine usato spregiativamente come sinonimo di “persona rozza, pigra” 1: il che la dice lunga sulla considerazione della quale godevano agli occhi delle autorità gli abitanti di alcune province del regno.

1 L. Russo, Francesco De Sanctis e la cultura napoletana, Roma, Editori Riuniti 1983, pp. 38-39. Il libello di Del Giudice si trova in google.books.

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