Economia

Azioni e bovini

Già agli inizi degli anni Sessanta del secolo appena trascorso – ormai due generazioni fa – i notissimi studi di Domenico Demarco avevano restituito una visione più equilibrata della situazione economica del regno delle Due Sicilie rispetto a quella diffusa dalla pubblicistica “sabaudista” nel calore della lotta politica pre e soprattutto post-unitaria. I risultati di quella ricerca avevano avuto già allora larga diffusione anche attraverso la pubblicazione di testi in edizione economica rivolti a un pubblico assai vasto e addirittura di volumi dedicati alla formazione di militanti e quadri di partiti politici1. Le polemiche rivolte dalla libellistica neoborbonica contro la inesistente “storiografia ufficiale” a base di “non sapevamo” sono dunque prive di fondamento: se qualcuno non legge quanto viene pubblicandosi, non è certo colpa degli storici. Spesso però pare addirittura ottimistico supporre che gli autori delle fantasiose ricostruzioni che costituiscono la maggior parte di questa produzione non leggano e non abbiano letto nulla.

Faccio un esempio. In un articolo pubblicato il 24 maggio 2021 il sito neosuddista «I nuovi Vespri», impegnatissimo nel divulgare la “vera storia” del Risorgimento italiano, ci svela che nel 1860 in Sicilia agivano (le citazioni tra virgolette sono testuali) «mercenari ungheresi pagati dagli Inglesi» perché «i piemontesi, che in quegli anni, al massimo, allevavano mucche, erano troppo pezzenti per permettersi di pagare i mercenari». Poiché invece Ferdinando II (non “i napoletani”, che si ammazzavano di lavoro per non morire di fame) i suoi mercenari svizzeri li pagava da sé, è la conclusione implicita, l’economia del suo stato era ben più moderna e solida di quella del Regno di Sardegna. Un criterio per verificare questo assunto può essere la diffusione negli stati preunitari delle società per azioni, forma di società più efficiente e funzionale rispetto ad assetti aziendali fondati sulla proprietà individuale.

Sul punto si possono trarre indicazioni utilissime da un volumetto di grande interesse: Quadro delle Società Industriali, Commerciali e Finanziarie anonime ed in accomandita costituitesi nelle provincie che ora formano il Regno d’Italia dal 1845 a tutto il 1864, Torino, MAIC 18652, che registra però anche le compagnie formatesi in età anteriore al 1845. Secondo questa pubblicazione fino al 1860 di “compagnie di assicurazione” ne esistevano quindici a Napoli e due in Terra di Bari. Torino ne aveva venti, Milano soltanto due. Le “società per le strade ferrate” sorte a Napoli era due, una a Milano, dieci a Torino, una ciascuna ad Alessandria e Cuneo. Quanto alle “società di credito” se ne trovavano cinque a Torino, una a Milano, nessuna nel Regno delle Due Sicilie. Infine di “società industriali diverse” in Lombardia se ne trovano registrate ventidue a Milano, una a Brescia, quattro a Como e a Sondrio, in Piemonte cinquantuno a Torino, tre ad Alessandria, quattro a Novara; infine una in Principato Citeriore (la ditta Vonwiller di Salerno), una in Terra di Bari e ventitré a Napoli. Ho volutamente escluso dal computo le società costituite in altre regioni, compresa la Liguria che pure faceva parte del regno di Sardegna e comprendeva ovviamente Genova, attivissimo centro imprenditoriale che ne accoglieva un numero rilevante. Parimenti non ho trascritto per non annoiare i possibili lettori i dati relativi al capitale sociale delle singole società.

Come è possibile osservare facilmente, negli stati preunitari bersaglio delle polemiche “neosuddiste” non si era capaci solo di allevare bovini. E poiché i dati che ho riportato non derivavano certo dalle diverse caratteristiche antropologiche delle popolazioni dei singoli stati, se ne deve concludere che erano conseguenti a precise scelte politiche dei governi che li reggevano.

1 Vedi ad esempio l’introduzione a L. Settembrini, Ricordanze della mia vita (a cura di M. Themelly), Milano, Feltrinelli 1961 e l’antologia documentaria Descrizioni e immagini dell’industria meridionale prima del 1848, «Almanacco Socialista 1962», pp. 503-548.

2 Lo si trova in google.books e dunque chi vorrà potrà facilmente trovarvi le informazioni che ho omesso di trascrivere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *