Se sei assente ti premio

«Cosa dolorosa fu che delle manifatture di quella nobilissima parte d’Italia su cui si stende il Regno delle Due Sicilie, non apparisse all’Esposizione Universale segno alcuno». Con queste parole Filippo Corridi, direttore dell’Istituto Tecnico Toscano, esprimeva il proprio rammarico per la mancata presenza del regno borbonico alla «Great Exhibition of the Works of all Nations» apertasi a Londra il 1° maggio 1851, la prima delle manifestazioni universali che si sarebbero celebrate nel corso del secolo. All’Exhibition non si affidava però soltanto il compito di esibire il livello di sviluppo tecnologico e dei progressi compiuti nei settori industriali avanzati da ciascun paese. Voleva segnare anche l’inizio di una nuova era caratterizzata da un sistema di relazioni tra i popoli fondato non sulla guerra ma su una competizione pacifica che avrebbe portato “al progresso attraverso un proficuo scambio di “lezioni” reciproche sul terreno delle arti civilizzatrici, ovvero delle produzioni industriali capaci di migliorare il gusto e il benessere della popolazione”.

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Quando Francesco II cestinò la Costituzione

li storici del “Grande brigantaggio” scatenato dal governo di Francesco II nel settembre 1860 nel tentativo di ripetere il successo ottenuto da Fabrizio Ruffo contro la Repubblica Partenopea hanno dato l’opportuno risalto agli aspetti propriamente “militari” delle istruzioni che Pietro Calà Ulloa, ministro di polizia nel governo Casella, emanò da Gaeta per la formazione di “colonne” di volontari tratte dalla classe contadina con un duplice obiettivo: 1. opporsi sia alle truppe garibaldine che a quelle sarde, che stavano sopraggiungendo proprio in quei giorni. 2. tentare di stroncare l’attività della “Guardia nazionale” controllata dai principali esponenti del movimento liberale, e che tanto aveva contribuito al disfacimento dell’amministrazione e delle articolazioni periferiche governative e alla travolgente avanzata dell’esercito meridionale1.

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Se 1+1 fa sempre due

Per tutto il corso dell’Ottocento preunitario la Sicilia fu uno dei teatri del conflitto combattuto per via diplomatica nel Mediterraneo tra le grandi potenze per acquisire l’egemonia su quel mare. Ma nella vicenda l’isola fu tutt’altro che un soggetto meramente passivo, come vorrebbe un certo “revisionismo” neoborbonico, ma esercitò anche un ruolo autonomo derivante dalla sua storia e dalle sue aspirazioni.

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Il pizzo di Garibaldi

Avete mai visto le foto di Garibaldi con la coppola in testa e una doppietta caricata a lupara a tracolla? No? Le avranno secretate gli storici “di regime”, prezzolati da Nino Bixio e dalla massoneria internazionale per impedirvi di conoscere la “vera storia” della spedizione dei Mille. Per fortuna provvide un collaboratore di giustizia, tale Antonio Patti, a svelare questo clamoroso segreto: non solo il condottiero dei Mille ebbe rapporti di collaborazione con la mafia in Sicilia, ma prima di farlo “anche Garibaldi pagò il pizzo”1.

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Un eccidio nella Sicilia antiborbonica

Il 31 gennaio 1822 a Palermo venivano fucilati perché “carbonari” i sacerdoti Giuseppe La Villa e Bartolomeo Calabrò nel cortile della Real Casa di Correzione (l’ex Quinta Casa dei Gesuiti, attigua alla casa del duca di Montalbo), Pietro Minnelli, Giuseppe Candia, Natale Seidita, Antonino Pitaggio, Giuseppe Lo Verde, Salvatore Martines e Michele Teresi nel poco lontano largo della Consolazione. Molti di essi erano giovani o giovanissimi: ventisei anni il Seidita, ventiquattro il Pitaggio, addirittura ventuno il Lo Verde.

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Azioni e bovini

Già agli inizi degli anni Sessanta del secolo appena trascorso – ormai due generazioni fa – i notissimi studi di Domenico Demarco avevano restituito una visione più equilibrata della situazione economica del regno delle Due Sicilie rispetto a quella diffusa dalla pubblicistica “sabaudista” nel calore della lotta politica pre e soprattutto post-unitaria. I risultati di quella ricerca avevano avuto già allora larga diffusione anche attraverso la pubblicazione di testi in edizione economica rivolti a un pubblico assai vasto e addirittura di volumi dedicati alla formazione di militanti e quadri di partiti politici1. Le polemiche rivolte dalla libellistica neoborbonica contro la inesistente “storiografia ufficiale” a base di “non sapevamo” sono dunque prive di fondamento: se qualcuno non legge quanto viene pubblicandosi, non è certo colpa degli storici. Spesso però pare addirittura ottimistico supporre che gli autori delle fantasiose ricostruzioni che costituiscono la maggior parte di questa produzione non leggano e non abbiano letto nulla.

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Piaghe dell’Istruzione Pubblica napoletana

Napoli, agosto 1860. Francesco II sta di malavoglia tentando di riverniciare di liberalismo il suo trono col nominare un nuovo governo e concedere una costituzione, provvedimenti che serviranno solo a innescare un conflitto politico e sociale che sfocerà poi nel “Grande brigantaggio” post-unitario. Nelle botteghe dei librai compare intanto un libello anonimo – come accadeva spesso in quegli anni per sfuggire alla vigilanza poliziesca, ma scritto da Francesco Del Giudice, uno studioso di problemi pedagogici – che descrive le condizioni del pubblico insegnamento nel reame: titolo, «Piaghe dell’Istruzione Pubblica napoletana».

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