Fifa reale

La rivoluzione che nel 1820 lo aveva costretto suo malgrado a concedere la costituzione aveva talmente terrorizzato Ferdinando I delle Due Sicilie che il suo ritorno a Napoli da Lubiana, dove si era recato a chiedere l’intervento delle armi austriache per rimettere al loro posto i suoi insubordinati sudditi, avvenne con estrema cautela e in tempi molto dilatati, per consentirgli di giungere alla sua capitale dopo che ormai le imperiali truppe avessero provveduto a ristabilire definitivamente l’ordine.

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Se sei assente ti premio

«Cosa dolorosa fu che delle manifatture di quella nobilissima parte d’Italia su cui si stende il Regno delle Due Sicilie, non apparisse all’Esposizione Universale segno alcuno». Con queste parole Filippo Corridi, direttore dell’Istituto Tecnico Toscano, esprimeva il proprio rammarico per la mancata presenza del regno borbonico alla «Great Exhibition of the Works of all Nations» apertasi a Londra il 1° maggio 1851, la prima delle manifestazioni universali che si sarebbero celebrate nel corso del secolo. All’Exhibition non si affidava però soltanto il compito di esibire il livello di sviluppo tecnologico e dei progressi compiuti nei settori industriali avanzati da ciascun paese. Voleva segnare anche l’inizio di una nuova era caratterizzata da un sistema di relazioni tra i popoli fondato non sulla guerra ma su una competizione pacifica che avrebbe portato “al progresso attraverso un proficuo scambio di “lezioni” reciproche sul terreno delle arti civilizzatrici, ovvero delle produzioni industriali capaci di migliorare il gusto e il benessere della popolazione”.

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Quando Francesco II cestinò la Costituzione

li storici del “Grande brigantaggio” scatenato dal governo di Francesco II nel settembre 1860 nel tentativo di ripetere il successo ottenuto da Fabrizio Ruffo contro la Repubblica Partenopea hanno dato l’opportuno risalto agli aspetti propriamente “militari” delle istruzioni che Pietro Calà Ulloa, ministro di polizia nel governo Casella, emanò da Gaeta per la formazione di “colonne” di volontari tratte dalla classe contadina con un duplice obiettivo: 1. opporsi sia alle truppe garibaldine che a quelle sarde, che stavano sopraggiungendo proprio in quei giorni. 2. tentare di stroncare l’attività della “Guardia nazionale” controllata dai principali esponenti del movimento liberale, e che tanto aveva contribuito al disfacimento dell’amministrazione e delle articolazioni periferiche governative e alla travolgente avanzata dell’esercito meridionale1.

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Piaghe dell’Istruzione Pubblica napoletana

Napoli, agosto 1860. Francesco II sta di malavoglia tentando di riverniciare di liberalismo il suo trono col nominare un nuovo governo e concedere una costituzione, provvedimenti che serviranno solo a innescare un conflitto politico e sociale che sfocerà poi nel “Grande brigantaggio” post-unitario. Nelle botteghe dei librai compare intanto un libello anonimo – come accadeva spesso in quegli anni per sfuggire alla vigilanza poliziesca, ma scritto da Francesco Del Giudice, uno studioso di problemi pedagogici – che descrive le condizioni del pubblico insegnamento nel reame: titolo, «Piaghe dell’Istruzione Pubblica napoletana».

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Cassate per i Mille

I “veri storici” borboniani aprono continuamente nuovi orizzonti, nuove prospettive di ricerca, svelano crimini occultati per secoli e secoli. Chi aveva mai saputo, ad esempio, del saccheggio di Palermo da parte dei garibaldini subito dopo l’occupazione della città nel giugno 1860? A svelare il misfatto è però intervenuto sul sito “parlamentoduesicilie.eu” un signor Vincenzo Gulì, “coordinatore” di quel parlamento, comunicando che tale Giuseppe Scianò, intrepido ricercatore, avrebbe trovato la prova che il 9 giugno 1860 «il criminale Garibaldi» aveva accordato «ai barbari alle sue dipendenze il permesso di saccheggiare la città non più protetta dalle autorità regie». E il signor Gulì si duole delle sofferenze inflitte alla popolazione per ben tre giorni da «sciacalli venuti dal nord» e in particolare per le «scene strazianti» alle quali avrà di certo assistito il suo bisnonno omonimo, collaboratore di quel Salvatore Gulì, al quale va il merito storico di aver inventato la cassata.
L’accusa è talmente assurda che non vi presterebbe fede un bambino di prima elementare.

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Carlo Alianello e i fucilati inesistenti

Carlo Alianello rimane ancora oggi il pontefice massimo del neoborbonismo, il vero creatore delle più incredibili fandonie sul mitico regno delle Due Sicilie propalate a piene mani da nipotini zelanti. Fu Alianello a coniare la similitudine tra l’esercito del regno d’Italia e le rappresaglie naziste, a lodare la mitezza del carcere inflitto ai detenuti politici dal magnanimo Ferdinando II, a regalare alla signorina Penelope Smyth, probabile «avventuriera», lo zio Palmerston, a incontrare i fantasmi dei soldati dell’esercito borbonico al chiaro di luna, a magnificare l’evangelica misericordia del buon re Ferdinando.

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