Luigi Natoli: I piccoli garibaldini del 1860.

Apro l’Unità Italiana del 2 agosto, e vi trovo la seguente letterina:“Affezionatissimo padre, “L’amore della Patria supera ogni altro amore, è lei che mi chiama a difenderla. Spero di ritornare vittorioso, ma se il destino vuole che io muoia son pronto a versare il mio sangue. Abbracciandola, ecc..” Chi scrisse questa letterina? Un quattordicenne, Ignazio Zappalà di Palermo, che fuggì dalla casa paterna, si battè a Milazzo, e fece poi tutta la campagna nell’Italia meridionale. Il signor Antonino, padre, corse a Milazzo, ma se ne tornò col cuore gonfio d’orgoglio, e pubblicò nella stessa Unità questo certificato: “Cacciatori della Alpi – 2° Battaglione. Costa al sottoscritto che il quattordicenne Ignazio Zappalà di Antonino seguì da Palermo il suddetto battaglione all’insaputa di suo padre, e prese parte attiva, anzi si distinse nel combattimento del 20 luglio avvenuto nelle campagne di Milazzo, il cui esito felice ci rese padroni della città. A richiesta e in fede, Milazzo 25 luglio 1860. Il capitano comandante la 1^ compagnia Pasquale Mileti“ Visto: Il maggiore comandante“Sprovieri Francesco”.

Ma non è il solo che a 14 anni se ne andò con Garibaldi: Ferdinando Oddo, eccolo lì istoriato nella prosa secca e, nella sua brevità, solenne, dell’estratto dall’Archivio di Stato di Torino. Egli si arruolò il 10 di giugno, vuol dire quindici giorni dopo l’entrata di Garibaldi in Palermo; e fu assegnato nell’artiglieria di fortezza. Questo garibaldino minuscolo (era piccolo di statura) fu mandato alla batteria di Torre del Faro, e nei giorni 21, 22, 23 agosto, nel duello con le navi borboniche “per coraggio e fermezza militare” fu sul campo promosso caporale. Il padre, Ignazio, come Antonino Zappalà, non imboscavano allora i figli, ma perdonavano la loro fuga, e li offrivano alla patria.

Nunzio Spina era orfano; il padre, prima di morire, lo raccomandò a uno degli ufficiali del Castello a mare di Palermo. Scoppiò la rivoluzione, venne Garibaldi, e fu concluso l’armistizio; e il Castello restò isolato, perché, rotte le comunicazioni col Comando generale e, dalla parte di terra, circondato dalle linee dei nostri. I soldati rinchiusi non avevano sigari né tabacco; non ardivano uscire per paura di esser fucilati come spie. Ricorsero al piccolo Spina, e lo mandarono fuori. Fu visto dai nostri, arrestato e condotto all’ufficiale che era un Garibaldino: questi lo interroga, e intanto gli trovano una lettera: dice che la mandava un soldato alla mamma. È vero; la lettera è mandata con uno della squadra, e l’ufficiale domanda al piccolo Spina: “Vuoi tornare nel Castello o rimanere con noi?” – “Voglio rimanere, anzi so sonare la tromba” – “E tu sarai il nostro trombettiere”. Così Nunzio Spina fu Garibaldino, mentre ancora durava lo stato di guerra nella città; e continuò fino al Volturno. Il certificato rilasciatogli dall’Archivio di Stato di Torino dice: “Risulta che Spina Nunzio trovasi inscritto nel 1° battaglione Reggimento Cacciatori dell’Etna (Vincenzo Bentivegna) dell’esercito garibaldino, col quale ha fatto la campagna del 1860 dell’Italia Meridionale”. Egli era nato il 27 marzo 1849. Quanti altri ce ne furono in quel tempo, che il fascino di Garibaldi chiamava intorno a sé, e lasciavano i trastulli per seguirlo?

Il disegno di Niccolò Pizzorno è eseguito sulla descrizione della divisa dei piccoli garibaldini spiegata nel testo dall’Autore.

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