La guerra per il Mezzogiorno

Il libro “La guerra per il Mezzogiorno: Italiani, borbonici e briganti ” di Carmine Pinto non è soltanto un saggio esemplare di storia del brigantaggio post-unitario, poiché esso è assieme uno studio di storia politica, sociale e della mentalità. Il volume del prof. Pinto difatti ricostruisce dettagliatamente in che modo e perché la popolazione del Meridione tranciò i legami con il precedente regime borbonico ed aderì nella massima parte al nuovo stato nazionale italiano, ciò che è anche la spiegazione prima e principale della sconfitta del brigantaggio.

La prima sezione del libro introduce l’argomento affrontando la questione del crollo del regno delle Due Sicilie davanti all’avanzata di Garibaldi, in un collasso che fu (anche qui!) determinato in misura crescente dalla sfiducia della popolazione verso la casa reale borbonica e dal progressivo abbandono della medesima da parte di settori sempre più consistenti dello stato, della classe dirigente e della società nel suo complesso:

«in quei giorni diventò soprattutto palese la rottura tra buona parte della comunità nazionale e la dinastia, che mise in discussione l’integrità e le ragioni stesse dell’esistenza del Regno delle Due Sicilie. Il concetto di lealtà era mutato in buona parte della società napoletana, in parallelo alla clamorosa perdita di legittimità ed autorevolezza della monarchia borbonica.
Per questi ambienti, la dinastia aveva già perso la guerra per il Mezzogiorno, senza neanche combattere, dopo la fallimentare campagna siciliana. Era in corso un rapido cambiamento del rapporto tra il mondo della magistratura, della proprietà fondiaria, di pezzi delle forze armate e le istituzioni e la storia del regno. Una frattura che ruppe relazioni, anche private, e trovò interlocutori nei gruppi liberali meridionali di opposizione, numerosi e radicati, che avevano fatto da tempo la scelta liberale».

Dalla pagina Facebook “La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870”

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