Se 1+1 fa sempre due

Per tutto il corso dell’Ottocento preunitario la Sicilia fu uno dei teatri del conflitto combattuto per via diplomatica nel Mediterraneo tra le grandi potenze per acquisire l’egemonia su quel mare. Ma nella vicenda l’isola fu tutt’altro che un soggetto meramente passivo, come vorrebbe un certo “revisionismo” neoborbonico, ma esercitò anche un ruolo autonomo derivante dalla sua storia e dalle sue aspirazioni.

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Un eccidio nella Sicilia antiborbonica

Il 31 gennaio 1822 a Palermo venivano fucilati perché “carbonari” i sacerdoti Giuseppe La Villa e Bartolomeo Calabrò nel cortile della Real Casa di Correzione (l’ex Quinta Casa dei Gesuiti, attigua alla casa del duca di Montalbo), Pietro Minnelli, Giuseppe Candia, Natale Seidita, Antonino Pitaggio, Giuseppe Lo Verde, Salvatore Martines e Michele Teresi nel poco lontano largo della Consolazione. Molti di essi erano giovani o giovanissimi: ventisei anni il Seidita, ventiquattro il Pitaggio, addirittura ventuno il Lo Verde.

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L’economia siciliana a metà dell’Ottocento

Le precarie condizioni economiche in cui versavano i «domini al di là del Faro» del Regno delle Due Sicilie erano oggetto costante di analisi e di preoccupate proposte da parte di molti studiosi siciliani. Il catanese Alessio Scigliani, economista e statistico oltre che cultore di molte altre discipline scientifiche, scriveva nel 1837: «L’agricoltura presso di noi non può dirsi florida […] dovrebbe costituire la nostra più grande ricchezza e resta stazionaria per non dire retrograda» e lamentava l’abbandono in cui era tenuta la pubblica istruzione in Sicilia1. Né la situazione era ignota alle autorità di governo.

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