Sul Regno delle Due Sicilie “terza potenza industriale”

Poiché, malgrado le continue smentite, continua a essere diffusa da allocchi e furbastri, tra i pretesi “primati” borbonici, la fandonia assurda del Regno delle Due Sicilie “terza potenza industriale”, non si sa bene se dell’Europa o del mondo, come tale riconosciuta – non è ben chiaro con quale modalità – all’Esposizione Universale di Parigi del 1855, che talvolta diviene con un doppio errore 1856, spero che questa breve nota possa contribuire a fare la necessaria chiarezza.

Il Regno delle Due Sicilie all’Esposizione Universale di Parigi del 1855 non fu neanche presente, malgrado il comitato organizzatore gli avesse assegnato uno spazio di 150 metri quadrati per la presentazione dei suoi prodotti come è possibile accertare controllando l’elenco dei paesi espositori tra i quali figurano peraltro il Regno delle Isole Hawaii e la Repubblica Dominicana: cfr. Visite a l’Exposition Universelle de Paris en 1855, Librairie de L. Hachette et C., Paris 1855, p. 11.

Il paese più rappresentato fu ovviamente la Francia con 10.003 espositori, seguita da Gran Bretagna con 1589 espositori, Prussia (1319), Impero Austriaco (1298) e Belgio (687). Gli stati italiani, dato lo sviluppo limitato delle loro economie, furono presenti con delegazioni abbastanza modeste: ne comprendeva 193 quella del Granducato di Toscana, 43 furono gli espositori degli Stati pontifici, 204 giunsero dagli Stati sardi. I pochissimi “industriali” del regno borbonico che, a titolo individuale e a proprie spese, vollero partecipare dovettero chiedere ospitalità al padiglione degli Stati Pontifici e in quella sezione furono dunque registrati. Ecco perché la loro presenza è fin qui sfuggita agli storici. In tutto se ne contarono sei: quattro napoletani e due siciliani,

Da Napoli giunsero la ditta Genevois – la cui sua sede era al n. 201 della strada di Chiaja – che espose “savon et parfumerie”; la ditta Avolio – con bottega nella calata di s. Caterina a Chiaja – presentò dei gioielli di corallo; G. Riccio partecipò con alcune “médailles reproduites par la galvanoplastique”; un certo Di Bartolomeo inviò delle corde armoniche.

Dalla Sicilia giunsero il barone Francesco Anca, con alcuni campioni di citrato di calce, e il sarto Basilio Scariano (che per la precisione era nativo di Palazzo Adriano, in provincia di Palermo, ma si era trasferito nella capitale) che riscosse un certo successo con il suo psalizometro, uno strumento per la confezione in serie di abiti per uomo, tanto che si fermò a Parigi e vi aprì un atelier: cfr. Exposition des produits de toutes lés Nations. Catalogue Officiel, Paris, E. Panis Éditeur, 1855, p. 512.


Va precisato che Avolio e Di Bartolomeo furono premiati con medaglia di prima classe, Scariano con medaglia di seconda classe, Anca, Genevois e Riccio ottennero una “menzione onorevole”: cfr. Notices sur les produits des États Pontificaux a l’Exposition Universelle par Ch. de Montluisant, Imprimerie Bailly, Divry et C., Paris 1855, pp. 92 e ss.
Di medaglie e menzioni la giuria ne assegnò, beninteso, qualche migliaio.

3 pensieri riguardo “Sul Regno delle Due Sicilie “terza potenza industriale”

  • 1 Ottobre 2020 in 13:31
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    Mi permetto di ricordare, per evitare ogni possibile malinteso, che questa nota risale addirittura al marzo 2016, e dunque sono io per per primo so che su questo argomento ci sono stati negli ultimi anni moltissimi interventi.

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  • 30 Maggio 2021 in 01:41
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    Gentile Sig. Marinelli mi permette di aggiungere che i Borbone erano la prima potenza navale del Mediterraneo? Forse questa notizia le mancava, forse non sa che l’unico pirovascello (con circa 80 cannoni) era borbonico? Ovviamente per chi afferma “terza potenza industriale” non erano nulla i pirovascelli francesi di Tolone oppure quelli britannici di Gibilterra (circa 10 navi da 100-120)! Grazie e un cordiale saluto.
    PS: il pirovascello era simile al vascello ma oltre alle vele aveva una macchina vapore mantenendo la struttura a 2 o 3 ponti il che gli permetteva di imbarcare da un mino di 70 cannoni ad un massimo di 120-130 cannoni (come era di solito sulle navi francesi e britanniche).

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    • 27 Giugno 2021 in 16:50
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      Del resto pagarono il pizzo ai pirati barbareschi fino al 1833 (anno in cui parteciparono ad una spedizione congiunta con il Regno di Sardegna contro Tunisi) anziché sistemarli per le feste come già fecero i sardi nel 1825 perché avevano a cuore l’economia nordafricana e perché fare una guerra per non pagare un riscatto è da pezzenti, mica perché l’unica spedizione duosiciliana in grande stile contro i beycati nordafricani fu pianificata così male che gli ammiragli dei Borbone si scordarono persino di assicurarsi che le polveri dei cannoni fossero asciutte e dovettero retrocedere in tutta fretta per non farsi fare a brandelli…
      Mi rende pure triste, tutto questo, perché i combattenti del sud Italia erano pure molto validi e il loro contributo nelle guerre dell’Italia unita, a partire dalla guerra contro il brigantaggio, non fu trascurabile.

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