18481860

Se 1+1 fa sempre due

Per tutto il corso dell’Ottocento preunitario la Sicilia fu uno dei teatri del conflitto combattuto per via diplomatica nel Mediterraneo tra le grandi potenze per acquisire l’egemonia su quel mare. Ma nella vicenda l’isola fu tutt’altro che un soggetto meramente passivo, come vorrebbe un certo “revisionismo” neoborbonico, ma esercitò anche un ruolo autonomo derivante dalla sua storia e dalle sue aspirazioni.

Quando Ferdinando I con la legge 8 dicembre 1816 conferiva un nuovo assetto ai regni di Napoli e di Sicilia creando un unico “Regno delle Due Sicilie” lo stretto di Messina separava due territori con diversi ordinamenti e differenti strutture economico-sociali frutto di una elaborazione secolare. La diversità non era peraltro priva di tratti di ostilità vissuti da lungo tempo. Un siciliano ed un napoletano si affrontavano in una commedia del 1569 (Giovan Battista Cini, La vedova) quali antagonisti in amore, scagliando l’uno contro l’altro termini che trascendevano la loro condizione individuale per assumere un valoro culturale più ampio: il primo appellava l’altro come “curnutu caparruni napulitanu”, e si aveva in replica del “sicilianello pezziente e manciamaccaroni”i.

Il colpo di mano col quale re Ferdinando e Luigi de’ Medici a Vienna cancellarono il “Regno di Sicilia” approfondì il solco e inasprì il confronto. Il conflitto latente tra i “dominii” al di qua e al di là del Faro non sfuggì, ad esempio, ad un acuto osservatore dei costumi e della politica come Alexis de Tocqueville. In un brano delle note sul suo viaggio in Sicilia nel 1827, a conclusione di un dialogo-scontro tra don Carlo, napoletano, e don Ambrosio, siciliano, quest’ultimo concludeva il suo dire ammonendo minacciosamente l’interlocutore: «Forse verrà un tempo in cui, mutando gli interessi politici in Europa, i re non si sentiranno più obbligati a sostenersi l’un l’altro. Un giorno la Francia o l’Inghilterra ci tenderanno una mano per soccorrerci e noi spalancheremo loro le braccia. Quel giorno, napoletani, badate a non trovarvi soli tra noi»ii.

Le congiure, i tentativi di colpi di mano, le rivolte, le repressioni che costellarono il decennio seguente testimoniano che l’errore iniziale commesso dal governo borbonico continuava a pesare nel rapporto tra Sicilia e Napoletano alla vigilia del grande sommovimento che nel 1848 avrebbe impresso un nuovo corso alla storia europea. A tracciare con grande lucidità un bilancio ed una previsione degli effetti della politica di Ferdinando II fu il principe di Schwarzenberg, rappresentante a Napoli di un governo, quello austriaco, che della dinastia borbonica era stato e voleva essere un sostegno insostituibile. Il 7 settembre 1847 – subito dopo la breve rivolta divampata in Messina il 1° settembre e subito stroncata – in un lungo rapporto al principe di Metternich il diplomatico giudicava «vraiment deplorable» l’azione del governo napoletano che o non agiva affatto per risolvere i problemi del paese o agiva male: «I Ministeri sono fonte di corruzione e di arbitrio. La massa del popolo giace nella miseria ed è perciò accessibile alle seduzioni», e le classi elevate si illudevano – e per un conservatore non poteva esserci giudizio diverso – che un governo costituzionale potesse guarire i mali che affliggevano il paese. Ma Schwarzenberg sottolineava soprattutto le profonde differenze tra i bisogni e le aspirazioni delle due sezioni del regno: «Nel regno di Napoli si vogliono cambiare i metodi e forse anche la forma di governo, della quale tutti si lamentano e a ragione. Le cose sono ben diverse in Sicilia. Là l’indipendenza è il sentimento generale: l’odio contro Napoli e i napoletani è il sentimento più forte in ciascuno. Si vorrebbero riconquistare gli antichi diritti politici e, non essendovi speranza di riottenerli per le vie legali e pacifiche, l’idea di ricorrere alla forza per liberarsi del dominio napoletano, sia pur dandosi un altro Sovrano, è diffusissima. I provvedimenti incerti e contraddittori presi dal Governo, l’indifferenza con la quale ha sempre trattato gli interessi della Sicilia e l’inerzia e la corruzione dei suoi impiegati hanno contribuito a spingere il male alle estreme conseguenze. Qualsiasi soccorso, e da qualsiasi parte venga, sarebbe accolto con entusiasmo, ma tutti gli sguardi sono volti principalmente verso l’Inghilterra. Nessuno ha dimenticato in Sicilia l’epoca nella quale l’Inghilterra ha, per così dire, costretto il re Ferdinando a sanzionare una Costituzione e i lunghi anni durante i quali l’armata britannica vi spendeva 30.000 scellini al giorno»iii.

La frattura tra i due regni, ai quali invano si era tentato di conferire una posticcia unità, appariva insomma insanabile. E se la rivoluzione siciliana del 1848 sarebbe stata condannata al fallimento dalla situazione internazionale e dall’ingenuità della propria classe politica, proprio quell’insuccesso avrebbe dimostrato che l’unica via praticabile rimaneva quella dell’unità nazionale. Che poi la sua realizzazione, dopo l’ennesima rivoluzione siciliana scoppiata nel 1860 e culminata nel soccorso garibaldino, sia avvenuta non senza gravi errori è una storia diversa.

i Cit. in E. Sereni, Terra nuova e buoi rossi, Torino, Einaudi 1981, p. 300.

ii Traduco da A. de Tocqueville, Quinze jours au desert and Voyage en Sicile, London, Clarendon Presse 1904, p. 83.

iii Il testo originale in R. Moscati, Su i rapporti austro-napoletani alla vigilia del ’48, «Annuario del R. Istituto per la storia moderna e contemporanea», Roma 1940, pp. 107-108.

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