Per fortuna che c’è Lombroso

Il neonato ma perfido Regno d’Italia ricorreva ai mezzi più subdoli per sterminare i soldati meridionali. Ce lo garantì, usando fior di fonti, qualche anno fa Pino Aprile nel suo fondamentale studio dal sobrio titolo «Carnefici». Un esempio? «Venne scoperto che a Torino si erano ammalati di tubercolosi 1.099 soldati e ne erano morti 679, pari al 22% della guarnigione. Si trattava in prevalenza di meridionali esposti a condizioni climatiche così diverse» da quelle delle regioni d’origine: «infatti la maggior mortalità per tisi si è notata nei calabresi e nei siciliani».

Così recitava, annota testualmente Aprile riprendendo una scoperta di Gigi Di Fiore, uno studio statistico sanitario sui «decessi nell’armata italiana» pubblicato nel 1864 nella «Rivista clinica di Bologna». Con la garanzia di due calibri del genere di Aprile e Di Fiore, a chi verrebbe mai
l’ombra del dubbio sulla precisione di questi dati? E infatti sulla «Rivista clinica di Bologna» pubblicata nel 1864 quello studio non c’è. Lo trovate invece, con il titolo «Sulle cause principali di decesso nell’armata italiana nel 1864» sulla «Rivista clinica di Bologna», anno quinto, 1866, pp. 322-329.

A leggerlo si trova che nel 1864 1099 furono i malati e 679 i morti di tubercolosi non nella guarnigione di Torino ma sull’intera armata che contava oltre 300.000 uomini (p. 326), mentre a Torino (ivi) «8658 soldati ebbero 50 morti di tisi», numero pari allo 0,57%. E tuttavia non stiamo a sottilizzare, sappiamo già che la geografia non è proprio il forte di certi polemisti. Piuttosto si noti che l’autore di quello studio precisava che «la maggior mortalità per tisi si è notata nei Calabresi e nei Siciliani», trasferiti «dalle loro tepide regioni alle montanine e fredde dell’Italia del Nord». Evidentemente l’autore del rapporto era convinto che tutti i siciliani vivessero sulla spiaggia di Mondello e i lucani a Maratea, ignorando che gli inverni sull’Aspromonte, sui Nebrodi o sulle Madonie non hanno nulla da invidiare ai rigori torinesi.

E sapete chi era il medico che in quello studio metteva in risalto i problemi e i rischi cui andavano incontro i giovani di leva che dalle regioni dell’ex regno delle Due Sicilie venivano trasferiti nelle caserme dell’Italia settentrionale e ai cui dati Aprile e Di Fiore, senza dirne il nome, si rifanno per reclamare giustizia per il Sud? Era Cesare Lombroso, proprio quel Lombroso che generalmente Aprile e Di Fiore additano ai loro «followers» come lo scienziato pazzo responsabile di avere seminato razzismo contro l’intero meridione. In qualche caso evidentemente, pur di fare polemica, per parafrasare Gaber «per fortuna che c’è Lombroso».

2 pensieri riguardo “Per fortuna che c’è Lombroso

  • 29 Settembre 2020 in 07:53
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    Mi scuso per avere distrattamente spostato Maratea in Calabria; gli amici della basilicata spero non me ne vogliano.

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    • 29 Settembre 2020 in 07:54
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      Sono proprio distratto. Basilicata, naturalmente Basilicata.

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