La «Guantanamo» dei Borbone

Alcuni anni fa suscitò grande scandalo la notizia, diffusa dalla barese «Gazzetta del Mezzogiorno», secondo la quale «il Nord voleva una “Guantanamo” per la gente del Sud» (le citazioni tra virgolette sono testuali). L’11 ottobre 2009 infatti la «Gazzetta», quotidiano nel quale aveva lavorato per anni Pino Aprile, informava i suoi lettori che «per battere il brigantaggio, i piemontesi volevano aprire una “Guantanamo” in cui deportare tutti i meridionali». Considerando che nelle regioni meridionali del neonato Regno d’Italia vivevano allora circa nove milioni di persone, doveva trattarsi di una «Guantanamo» decisamente estesa.

L’autrice dell’articolo denunciava uno per uno tutti i politici colpevoli di aver progettato quella infamia, tutti «piemontesi», anche se le idee chiarissime in fatto di geografia proprio lei non doveva averle se precisava con grande scrupolo che Giacomo Durando, ministro degli Esteri nel 1862, «era di Mondovì, in provincia di Como» trasferendo pertanto Mondovì – che si trova in provincia di Cuneo – in Lombardia o forse la lombarda Como in Piemonte.

Di articoli il giornale pugliese ne pubblicò due, il primo il giorno 11, il secondo tre giorni dopo: e finalmente nell’ultima riga di quest’ultimo precisava che gli abitanti delle regioni «del Mezzodì» erano «italiani a tutti gli effetti», omettendo di ricordare che egualmente «italiano» e non «piemontese» era il governo che aveva cercato di ottenere da altri stati europei un territorio nel quale far sorgere una colonia penale per i detenuti comuni, qualunque fosse la loro regione di nascita o di provenienza, secondo il modello che proprio quegli stati avevano applicato e continuavano ad applicare su larga scala. Il progetto peraltro si era trascinato per una quindicina d’anni senza mai oltrepassare la fase delle pure intenzioni ed era stato infine del tutto abbandonato.

Grazie alla pigrizia e al conformismo dei nostri giornali – anche il torinese «La Stampa» il 12 ottobre 2009 pubblicò il suo bravo articolo sulla mai esistita «Guantanamo dei piemontesi» – la notizia ebbe una diffusione nazionale e si vociferò perfino della meritoria “scoperta” di documenti a lungo occultati: e si trattava invece di documenti tratti dai “Documenti diplomatici italiani” pubblicati addirittura on-line nel sito del Ministero degli Esteri.

Sfuggiva alla santa indignazione della giornalista pugliese e dei suoi colleghi «subalpini» che i primi sovrani italiani a voler creare una «Guantanamo» per i meridionali erano stati i due Ferdinando del Regno delle Due Sicilie. L’11 dicembre 1819 infatti era stata firmata una Convenzione fra il Regno borbonico, allora sotto Ferdinando I, e il Regno Unito del Brasile, del Portogallo e dell’Algarve in forza della quale l’anno seguente trecento detenuti erano stati deportati dall’Italia meridionale in Brasile (P. Scarano, Rapporti politici, economici e sociali tra il Regno delle Due Sicilie e il Brasile, «Archivio storico per le Province napoletane», 1957, pp. 307-309, 316). Nel 1851 un’analoga trattativa era stata condotta, senza giungere a conclusione positiva, con il governo cileno. In forza di una «sovrana determinazione» del 9 ottobre 1856, il 13 gennaio dell’anno seguente il ministro degli esteri di Ferdinando II, Luigi Carafa, firmava una nuova Convenzione con il suo omologo argentino, Josè Buschental, per l’invio in un territorio appositamente scelto della provincia di Entrerios di circa seimila «detenuti o condannati politici» (J. Gondon, L’état de la question napolitaine, Paris-Londres, 1857, pp. 67-74, disponibile su google.books, pubblica il testo integrale dell’accordo). La Convenzione non era divenuta esecutiva soltanto per la mancata ratifica da parte del parlamento argentino. Con R.D. 27-12-1858 Ferdinando II aveva poi disposto la deportazione di «demòcrati» come Luigi Settembrini, Carlo Poerio, Silvio Spaventa e un’altra sessantina di detenuti politici verso gli USA, progetto posto in esecuzione nel gennaio 1859 e fallito per l’intervento del figlio di Settembrini, Raffaele, che aveva fatto dirottare la nave che li trasportava verso l’Inghilterra.

Se poi si volesse proprio trovare un altro stato per il quale era prassi la deportazione di propri detenuti politici oltre-oceano, bisognerebbe guardare ai governi dello Stato Pontificio, che avevano inviato nello Stato di Bahia numerosi affiliati alla «Giovine Italia». Il neonato Regno d’Italia quel tentativo lo aveva fatto proprio per ultimo e per di più senza mai riuscirvi.

P. S. 1. Preciso di non aver mai rivestito i ruoli e gli incarichi accademici che per una banale omonimia mi sono stati attribuiti dai commentatori di altri interventi. 2. Una versione precedente di questo testo apparve nel 2019 nel sito “Italia libera solidale garibaldina”. Mi scuso con chi l’avesse già letto allora per la noia.

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