Al popolo non tanta istruzione, mi raccomando

«Non tanta istruzione» era, secondo Raffaele De Cesare, l’ammonimento che monsignor Apuzzo, vescovo di Sorrento, rivolgeva a un sostenitore della necessità di aumentare il numero delle scuole elementari nel regno borbonico. E a questa massima la politica del governo di Napoli si ispirò costantemente.

Da parte degli attuali sostenitori siciliani della dinastia borbonica, più numerosi probabilmente di quanti ve ne fossero durante la breve vita del Regno delle Due Sicilie, si continua però ad affermare che il livello di istruzione elementare nella Sicilia preunitaria fosse più alto di quanto risulti dagli studi dedicati a questo problema dagli storici dell’educazione. Taluno di essi si spinge ad affermare, proclamando di servirsi della «logica a 360 gradi», che la prova della diffusione dell’istruzione sia data dai numerosi «primati in campo economico e culturale coinvolgenti la popolazione in modo trasversale», ignorando che quei «primati» sono pura propaganda e che quella pretesa dimostrazione è non logica ma tautologica: i primati si raggiungevano perché l’istruzione era diffusa e l’istruzione era diffusa perché si raggiungevano i primati1.

Smentire fandonie di questo genere è ormai un dovere civile e morale per evitare che continui questa opera sistematica di avvelenamento dell’opinione pubblica. E per farlo è necessario restituire agli studi il ruolo che l’opera di disinformazione che va avanti da anni ha loro sottratto per sostituirli con ricostruzioni fantasiose e consolatorie a fini commerciali e politici.

I dati disponibili secondo le fonti coeve sono purtroppo pochi perché l’amministrazione statale non si curò mai di procurare una statistica relativa ai livelli di istruzione. Tuttavia alcuni di essi presentano una continuità temporale e territoriale che li rende significativi e attendibili. E tutti confermano l’estrema povertà del sistema di scuole che i comuni erano formalmente tenuti a istituire, costringendo la popolazione dell’isola a un analfabetismo pressoché totale.

Nel 1837 il catanese Alessio Scigliani, studioso poliedrico ben noto negli ambienti intellettuali isolani e non solo, pubblicava in appendice a un discorso su «La Riforma necessaria allo stato attuale d’Istruzione Siciliana avuto riguardo allo stato d’Istruzione Europea, ed Economico-Politico della stessa»2 un quadro statistico indicante il numero di coloro che sapevano leggere e scrivere per ciascuno dei comuni dei tre distretti della provincia di Catania, fatta eccezione per la città capo-valle.

Nel distretto di Catania figurava in testa alla classifica Mascalucia dove a saper leggere e scrivere era una percentuale del 13,06% degli abitanti, seguita dal piccolissimo comune di Massanunziata grazie ai suoi 32 cittadini alfabetizzati sui 267 della popolazione complessiva e dunque con una percentuale dell’11,99%. Tra il 9 e il 10% si collocavano Aci Reale, dove a possedere quelle competenze erano 1929 abitanti, il numero più alto in cifre assolute dell’intera provincia, e Randazzo; sul gradino inferiore stavano Nicolosi, Viagrande, Giarre e S. Giovanni La punta, quindi tra l’8 il 7% degli abitanti Aci S. Antonio, Tre Castagni e S. Pietro Clarenza. Gli altri paesi facevano registrare percentuali sempre più basse fino ad arrivare al 2,76% di Maletto dove su 2100 abitanti non se ne trovavano che 58 in grado di leggere e scrivere.

Nel suo distretto primeggiava Caltagirone con una quota del 7,68% di alfabeti seguita da Mineo (7,46%); su cifre inferiori tutti gli altri comuni, chiudeva Grammichele con il 2,99%.

Nel distretto di Nicosia, che l’autore qualificava come «il più negletto della provincia», spiccava Centorbi dove sfuggiva all’analfabetismo poco più dell’8% degli abitanti (esattamente l’8,07%), Troina registrava il 6,30%, terza era proprio Nicosia con il 5,96%, con percentuali sempre inferiori gli altri comuni. Ultimo Gagliano dove risultavano saper leggere e scrivere appena 57 dei suoi 3428 abitanti.

Come si vede, la percentuale di analfabetismo si collocava stabilmente al di sopra del 90%, con appena due comuni al di sotto di quella soglia, e ben trenta sui cinquantanove totali oltre quella del 95% che corrispondeva alla media dei tre distretti

Mancava, come detto, il dato di Catania: ma a titolo indicativo si può ricordare che nel 1841 in città funzionavano soltanto quattro scuole di modello lancasteriano, frequentate da circa 400 alunni maschi su una popolazione in età scolare che al 1833 era pari a 4356 ragazzi – e dunque era certo cresciuta quattro anni dopo – senza calcolare la popolazione femminile3. E la città etnea era tra le aree più vivaci in quel momento sotto il profilo economico e culturale dell’intera regione.

Nel 1844 era un altro economista, Salvatore Marchese, a presentare i dati statistici relativi ancora alla valle di Catania in un ragionamento tendente a dimostrare la necessità dell’istruzione popolare quale precondizione per lo sviluppo dell’industria siciliana4. In provincia erano attive 16 scuole di modello lancastriano e 99 scuole «normali», frequentate da 3079 alunni e 975 alunne, una quota del tutto insoddisfacente rispetto ai 365.768 abitanti della provincia5, circa 50.000 dei quali in età scolare. Il numero delle scuole era drammaticamente insufficiente anche rispetto alle previsioni di legge: i comuni con oltre 4000 abitanti avrebbero dovuto infatti essere forniti di scuole lancasteriane ma appena 11 su 28 ne erano provvisti. La situazione peggiore era quella delle scuole femminili: in tutta la provincia non ve n’erano che 13, all’interno dei Collegi di Maria e affidate a suore dalle discutibili capacità pedagogico-didattiche.

Logica conseguenza di questa catastrofica situazione, concludeva Marchese, era «la quasi immobilità della nostra industria, e l’inefficacia di tante istituzioni e di tanti sforzi per migliorarla».

Nel 1860, al momento dell’ingresso nel nascente Regno d’Italia, la situazione della provincia era ancora di grave arretratezza6. Nel circondario di Catania, che contava 25 comuni, non vi erano che 20 scuole maschili e 3 femminili. Gli abitanti del distretto di Nicosia, che di comuni ne aveva 13, potevano contare su 10 scuole maschili ed 1 femminile. Su 12 comuni del distretto di Caltagirone solo 8 disponevano di una scuola maschile e di femminili non ve n’era nessuna. Migliore la condizione del distretto di Acireale, l’ultimo ad essere istituito: i suoi 14 comuni erano serviti da 18 scuole maschili. Assenti anche qui le scuole per le ragazze.

Per gli oltre centonovantamila abitanti di Palermo nel 1860 non vi erano che sette scuole di modello lancastriano affidate a insegnanti in qualche caso ultrasettantenni, che avevano in tutto 1815 iscritti7.

La battaglia per alfabetizzare i cittadini, che buona parte delle classi dirigenti locali tentava di ostacolare e non di favorire, si preannunciava lunga e difficile.

1 Cito da una email ricevuta da un esponente del movimento, del quale non faccio il nome per ovvii motivi, che tengo comunque a disposizione di lettori interessati.

2 «Giornale di Scienze Lettere e Arti per la Sicilia», a. 15°, vol. 57, Palermo, Tip. del Giornale Letterario 1837, pp. 236-237.

3 F. Paternò Castello, Descrizione di Catania, Catania, Giuntini 1841, pp. 63 e 220.

4 G. Bonetta, Istruzione e società nella Sicilia dell’Ottocento, Palermo, Sellerio 1981, pp. 32-33.

5 Discorso pronunziato […] dal Consigliere d’Intendenza Salvatore Leonardi nella solenne apertura del Consiglio generale della provincia di Catania il dì 1 maggio 1844, Catania, Tip. del Real Ospizio di beneficenza 1844, p. 13.

6 G. Denaro, La sfida dell’alfabetizzazione di massa nella Sicilia postunitaria. Testimonianze dall’Archivio di Stato di Catania (1861-1866), «Rivista di storia dell’educazione», 7(1), pp. 59-70.

7 Sulla scuola palermitana rinvio a A. Marinelli, Un compito splendidissimo. La scuola elementare della Palermo postunitaria, Palermo, 40due edizioni 2020.

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