L’economia siciliana a metà dell’Ottocento

Le precarie condizioni economiche in cui versavano i «domini al di là del Faro» del Regno delle Due Sicilie erano oggetto costante di analisi e di preoccupate proposte da parte di molti studiosi siciliani. Il catanese Alessio Scigliani, economista e statistico oltre che cultore di molte altre discipline scientifiche, scriveva nel 1837: «L’agricoltura presso di noi non può dirsi florida […] dovrebbe costituire la nostra più grande ricchezza e resta stazionaria per non dire retrograda» e lamentava l’abbandono in cui era tenuta la pubblica istruzione in Sicilia1. Né la situazione era ignota alle autorità di governo.

Il 30 aprile 1845 il ministro dell’Interno Nicola Santangelo richiedeva al Real Istituto di Incoraggiamento, l’ente governativo fondato nel 1831 per promuovere lo sviluppo economico dell’isola2, «una sommaria descrizione di tutte le pratiche d’agricoltura» della provincia di Palermo. L’Istituto si mise subito al lavoro e predispose un corposo rapporto ricco di notizie, informazioni, proposte da servire per il miglioramento di quella che restava la base dell’economia non solo della provincia della ex capitale ma della Sicilia intera poiché la situazione palermitana non differiva «gran fatto da quella delle altre province siciliane»3.

L’Istituto premetteva che nello stato dell’agricoltura qualche miglioramento negli ultimi tempi si era registrato, ma che si era ben lontani dal raggiungimento di quella «perfezione» che clima ed ambiente avrebbero potuto garantire. Malgrado una serie di provvedimenti legislativi intesi a favorirne la divisione o almeno la censuazione, rimasti però quasi del tutto inattuati, la maggior parte delle terre restavano infatti in mano a grandi proprietari assenteisti, poco o per nulla disposti – salvo talune, lodevoli eccezioni – a investire capitali per migliorare le tecniche colturali, costruire canali di irrigazione, introdurre macchine o strumenti moderni, sostituire la tradizionale monocultura granaria con prodotti più redditizi e maggiormente richiesti dal mercato.

La maggioranza dei contadini continuava pertanto ad agglomerarsi in grossi centri distanti dai campi e il paesaggio agrario restava vuoto di alberi, di chiusure anche solo con semplici siepi, «prati artificiali, greggi e mandrie, stalle, abitazioni rurali».

La strumentazione della quale essi disponevano era arretrata e inefficiente: la terra veniva lavorata con l’aratro di un unico modello che doveva adattarsi ai più diversi terreni, con zappa, marra, falce e poco altro con gran dispendio di energie fisiche e risultati inferiori al lavoro impiegato. E per la mancanza pressoché totale di istruzione, sia generale – l’analfabetismo era quasi totale – che specifica, i metodi di coltivazione erano spesso primitivi e tali da rendere meno produttivi i campi.

Le condizioni dei lavoratori della terra, legati a contratti di “metateria”, restavano dunque deplorevoli: chiunque avesse esaminato «i loro vestimenti, i loro tuguri, vi [avrebbe scorto] povertà e squallore anziché agiatezza e lindura». In forza di quel modello contrattuale ricevevano infatti dal proprietario del fondo «la semenza e un soccorso in denaro» da restituire con una quantità del raccolto predeterminata e tale da lasciar loro «o poco o nulla». E la misura di quanto questa analisi fosse realistica era data, si può aggiungere, dalla scelta di migliaia di contadini in quegli anni di abbandonare il lavoro dei campi per trasferirsi a lavorare nelle miniere di zolfo, in un ambiente soffocante e pericoloso e in condizioni di fatica penosissima, scelta che doveva comunque apparire preferibile ai loro occhi.

Apparivano indispensabili pertanto, secondo l’Istituto, profonde riforme: favorire una migliore distribuzione della popolazione sul territorio, diffondere l’istruzione istituendo anche campi agrari che servissero di modello, varare nuove leggi circa la condotta delle acque e costruire una rete di canali di irrigazione.

Quanto ai prodotti utili per l’industria di trasformazione, si sottolineava l’abbondanza di piante utili a fini industriali quali sommacco, lino e canape, cotone, o la giummara che avrebbe potuto servire a molteplici usi ma la cui industria rimaneva «in progetto».

E se l’industria enologica aveva compiuto notevoli progressi, altri settori continuavano a stentare. Quanto allo zolfo, che anni prima «formava la ricchezza della Sicilia per le ricerche dall’estero e pel suo alto prezzo», l’Istituto rilevava che il prezzo ne era caduto essendo stato in parte sostituito nella produzione dell’acido solforico dalle piriti di ferro: «scoperta per noi fatale», effetto non certo imprevedibile – ma questo i membri dell’Istituto non potevano spingersi ad affermarlo apertamente – di quel contratto con la Taix Aycard che il governo di Napoli aveva voluto a tutti i costi sottoscrivere qualche anno prima.

1 A. Scigliani, La Riforma necessaria allo stato attuale d’Istruzione Siciliana avuto riguardo allo stato d’Istruzione Europea, ed Economico-Politico della stessa, «Giornale di Scienze Lettere e Arti per la Sicilia», vol. 57, Palermo, Tipografia del Giornale Letterario 1837, p. 230. Per una biografia coeva, L. Coco Grasso, Della vita e delle opere del professore Alessio dott. Scigliani, Palermo, Stamperia Maddalena 1844.

2 Per una trattazione più ampia, A. Marinelli, Palermo 1815-1860. L’economia preindustriale di una ex capitale, Palermo, Torri del Vento 2018, pp. 53-60.

3 Il testo del rapporto in S.A. Granata, Le Reali Società Economiche siciliane, Catania, Bonanno 2008, pp. 234-260. Le citazioni tra virgolette sono testuali.

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