Che impresa «fare impresa» nella Sicilia ferdinandea

Le pseudo-ricostruzioni «storiche» elaborate dal pittoresco mondo neo-borbonico ignorano sistematicamente l’ostilità continua e diffusa della Sicilia nei confronti del governo napoletano: il motivo di tanta sbadataggine è molto evidente.

Quel contrasto radicale e insanabile – che sarà la causa prima del crollo del Regno delle Due Sicilie – non nasceva solo dal rancore isolano per la cancellazione del Regno di Sicilia operata da Ferdinando III, auto promossosi a Ferdinando I, e dal suo ministro Luigi de’ Medici: vi concorrevano anche solide ragioni economiche.

È già passata qualche generazione da quando Armando Saitta calcolò che su un bilancio annuo di 1.897475 once la tesoreria di Sicilia ne trasferiva a Napoli ben 1.048.246, cioè il 51,5%, quale quota per le spese comuni del Regno senza che alcun beneficio ne tornasse all’isola. E del restante 48,5% che restava in Sicilia il 17,67% se ne andava per pagamento di debiti e relativi interessi e il 12,79% quali spese per l’amministrazione locale. Detratte altre voci, quali l’amministrazione della giustizia, per strade, porti e, insomma, «quel complesso di istituzioni o di provvidenze che rendono possibile, o almeno agevolano, un miglioramento sulla vita di un popolo», non restava da spendere che il 2,43% del totale1.

Ma v’era di più. Al fine di proteggere quei primi insediamenti industriali che si erano radicati intorno alla capitale, nel salernitano e nella valle dell’Irno grazie in buona parte alle robuste misure che il governo aveva preso a loro vantaggio, l’economia siciliana era stata relegata in un ruolo meramente sussidiario. L’isola manteneva infatti non solo la vocazione ma anche la condizione di area agricola. La sua produzione, largamente esportata sui mercati internazionali, serviva a riequilibrare la bilancia commerciale dei domini al di qua del Faro, strutturalmente in passivo dato il divario in valore tra le merci «estratte» fuori Regno e i prodotti importati per sopperire alle carenze di materie prime e manufatti. Lo sviluppo di autonome attività «industriali» oltre il Faro pertanto non era previsto nel quadro della politica economica attuata in particolare da Ferdinando II.

Gli imprenditori siciliani, o comunque operanti nell’isola, si trovavano pertanto non solo in una condizione oggettivamente poco favorevole per la ristrettezza del mercato, le carenze del sistema di istruzione, la difficoltà di accesso al credito data la mancanza di un sistema bancario moderno, ma erano anche costretti a fronteggiare l’ostilità dei loro colleghi napoletani che vedevano molto di malocchio ogni tentativo di sottrarre loro un mercato che, per quanto limitato e da dividere con i «mercanti» inglesi e francesi molto attivi nell’economia isolana, costituiva tuttavia una piazza sulla quale collocare una quota della propria produzione.

Questo sotterraneo conflitto economico tra i domini al di qua e al di là del Faro spiega talune scelte e taluni atteggiamenti altrimenti incomprensibili dei sovrani di Napoli.

Pochi esempi basteranno per mostrare quanto fosse profonda la differenza di trattamento riservato agli «industriosi» a seconda della sezione di appartenenza del regno.

Lorenzo Sava, per il suo lanificio nei pressi di Napoli, ottenne tra il 1823 e il 1827 un prestito di 800.000 ducati, l’uso gratuito del convento di S. Caterina a Formello per 15 anni e la concessione come manodopera di mendicanti dell’Albergo dei poveri e di carcerati con paghe irrisorie. Al suo collega Lorenzo Zino, che aveva impiantato una fonderia che era anche stabilimento meccanico, fu concesso un prestito di ben 170.000 ducati, ma non ne restituì che 45.0002.

I fratelli palermitani Angelo e Luigi Gallo, che avevano avviato anch’essi una fonderia nella loro città, beneficiarono di un finanziamento una tantum di 1500 ducati, al quale poterono aggiungere la gratificante concessione di potersi fregiare del titolo di «Fonderia Reale». Sempre 1500 ducati, ma a titolo di prestito, ebbero invece i fratelli Stefano ed Emanuele Morvillo che, sempre a Palermo, avevano aperto una fabbrica tessile3.

E quando l’imprenditore francese Giuseppe Antonio Barbier cercava finanziatori per una fabbrica di panni da impiantare sempre nella capitale dell’isola, si offrì di partecipare all’affare una società napoletana, la «Compagnia del Sebeto», che contava tra i suoi soci numerosi imprenditori tessili campani. Al momento di erogare i fondi necessari però la Compagnia si tirò indietro originando una controversia che si trascinò a lungo e si concluse con un compromesso che permise a tutti gli attori di uscirne senza danni: Barbier non perse un ducato, la Compagnia non finanziò la fabbrica siciliana, e perfino un tecnico belga al quale Barbier voleva affidare la direzione del costruendo opificio – e che sorprendentemente aveva dichiarato l’isola inadatta a quel genere di produzioni – ottenne l’incarico promesso ma in un lanificio che la Compagnia sebezia aveva appena fondato in Salerno. A rimetterci fu soltanto l’economia isolana che una fabbrica di panni la attendeva da anni e che non la ebbe mai più4.

Augusto Marinelli

1 A. Saitta, Le riforme di Ferdinando II in Sicilia nel giudizio dei diplomatici della monarchia di luglio, «Annuario dell’Istituto Storico Italiano per la età moderna e contemporanea», vol. VI (1954), Roma 1954, pp. 202-203. Il Saitta si riferisce al bilancio del 1833 ma gli ordini di grandezza non avrebbero subito variazioni di rilievo negli anni successivi.

2 J. Davis, Società e imprenditori nel regno borbonico 1815-1860, Roma-Bari, Laterza 1979, pp. 118-121.

3 A. Marinelli, Palermo 1815-1860. L’economia preindustriale di una ex capitale, Palermo, Torri del vento 2018, pp. 166 e 143-144.

4 Per una esauriente ricostruzione del «caso Barbier» A. Marinelli, Palermo 1815-1860 cit., pp. 76-80.

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