Carlo Alianello e le carceri scomparse

Nel quadro della «Borbonian Renaissance» che da alcune ben precise aree “culturali” – e uso il vocabolo in senso strettamente antropologico – si continua a promuovere, riaffiorano anche antiche polemiche mosse a suo tempo dagli apologeti del governo napoletano per ribattere alle accuse che gli venivano mosse.

Si è tornati a così a parlare, riprendendo l’antologia romanzata di scrittori legittimisti pubblicata da Carlo Alianello una cinquantina d’anni fa, delle famose lettere sull’amministrazione della giustizia nel regno borbonico e sulle carceri napoletane scritte nel 1851 da William Gladstone al politico conservatore Lord Aberdeen, sollevando dubbi sulle reali motivazioni e circostanze del soggiorno dell’uomo politico inglese a Napoli, e negando che la sua testimonianza sulle condizioni dei detenuti politici fosse fondata su un’esperienza diretta.

In quelle lettere Gladstone affermava, come si ricorderà, di dover purtroppo ritenere veritiera l’espressione più volte udita secondo la quale la giustizia nel regno borbonico era amministrata in modo tale da poter dire che «la negazione di Dio fu eretta a sistema di governo».

Secondo i suoi detrattori però lo stesso Gladstone avrebbe ammesso alcuni anni dopo, con tarda ma esplicita confessione ai suoi amici liberali napoletani, di non aver mai visitato le carceri, di essersi limitato a riportare le testimonianze interessate degli oppositori di Ferdinando II e di aver scritto su suggerimento di Palmerston per screditare il governo di Napoli.

Questa tesi è però notoriamente una mistificazione. La pretesa ritrattazione non fu mai pronunciata, come è possibile accertare attraverso l’analisi della copiosa bibliografia su Gladstone e dei suoi scritti.

A Napoli Gladstone aveva soggiornato alcuni mesi per motivi strettamente familiari (una figlia soffriva di una malattia agli occhi) e nelle carceri era entrato in incognito accompagnando Pasqualina Prota, una giovane donna in visita ai fratelli detenuti per motivi politici (cfr. M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli, Milano-Roma-Napoli, Dante Alighieri 1912, p. 189). A smentire poi che Gladstone avesse agito su mandato di Palmerston è sufficiente ricordare che ministro plenipotenziario della corona britannica a Napoli era uno dei fratelli di quest’ultimo, Lord Temple, al quale dunque Palmerston avrebbe potuto “commissionare” tutto ciò che ritenesse utile e opportuno senza scomodare il giovane parlamentare che, sarà bene ricordarlo, non condivideva molte delle sue posizioni.

Che ci sia stata questa pseudo-confessione di Gladstone lo sostenne, ovviamente senza fornirne alcuna prova documentale visto che non ce n’erano, il “revisionista” Domenico Razzano in un suo opuscolo, La biografia che Luigi Settembrini scrisse di Ferdinando II, Napoli, Italia marinara 1914. La creativa “ricostruzione” del Razzano si trova citata proprio ad esempio di come “non” si scriva la storia da R. Cotugno, Tra reazioni e rivoluzioni. Contributo alla storia dei Borboni di Napoli dal 1849 al 1860, Lucera, Frattarolo s.d., pp. 112-114, nel contesto di un’ampia trattazione dedicata appunto alle lettere di Gladstone, alle circostanze della loro pubblicazione ed all’influsso che ebbero sull’opinione pubblica europea. E Cotugno concludeva che proprio “l’ostinatezza” di taluni biografi di Ferdinando II nel volerne fare un eroe “attingeva le vie dell’umorismo più schietto ed apriva la via alla farsa piuttosto che all’epopea”.

Alianello, con uno spregiudicato gioco di prestigio, cancellò il giudizio di Cotugno (C. Alianello, La conquista del Sud, Milano, Rusconi 1972, pp. 8 e 14) e presentò come veritiere e documentate le parole di Razzano. E da allora purtroppo questa “bufala”, per usare un vocabolo oggi di moda, si è talmente diffusa che perfino studiosi serissimi talvolta vi prestano fede a dimostrazione di quanto sia necessario vigilare attentamente su quanto si diffonde attraverso testi ricchi di emotività ma privi di riscontri o soprattutto per mezzo della “rete”, onde evitare di restarvi presi.

Augusto Marinelli

2 pensieri riguardo “Carlo Alianello e le carceri scomparse

  • 10 Settembre 2020 in 00:27
    Permalink

    Ha perfettamente ragione: troppe invenzioni presentate come realtà vengono fatte proprie anche da uomini di cultura non revisionisti. Per questo non bisogna mai smettere di smentire le falsità e diffondere i fatti veri.

    Rispondi
  • 10 Settembre 2020 in 14:41
    Permalink

    Ottimo articolo , grazie al Prof. Marinelli

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.