Se sei assente ti premio

«Cosa dolorosa fu che delle manifatture di quella nobilissima parte d’Italia su cui si stende il Regno delle Due Sicilie, non apparisse all’Esposizione Universale segno alcuno». Con queste parole Filippo Corridi, direttore dell’Istituto Tecnico Toscano, esprimeva il proprio rammarico per la mancata presenza del regno borbonico alla «Great Exhibition of the Works of all Nations» apertasi a Londra il 1° maggio 1851, la prima delle manifestazioni universali che si sarebbero celebrate nel corso del secolo. All’Exhibition non si affidava però soltanto il compito di esibire il livello di sviluppo tecnologico e dei progressi compiuti nei settori industriali avanzati da ciascun paese. Voleva segnare anche l’inizio di una nuova era caratterizzata da un sistema di relazioni tra i popoli fondato non sulla guerra ma su una competizione pacifica che avrebbe portato “al progresso attraverso un proficuo scambio di “lezioni” reciproche sul terreno delle arti civilizzatrici, ovvero delle produzioni industriali capaci di migliorare il gusto e il benessere della popolazione”1.

Probabilmente fu proprio questa ideologia di grande apertura politica e sociale, esplicitamente posta a motivo ispiratore della manifestazione dal principe Alberto, marito della regina Vittoria e presidente della Commissione istitutiva della mostra, a indurre Ferdinando II di Borbone a disertare l’appuntamento londinese per restare all’interno del recinto nel quale si auto-confinava secondo l’efficace definizione del Metternich: Ferdinando «s’immagine que la position geographique de son Royaume rend le relations avec l’Europe à peu près superflues»2.

In un contesto non privo dunque di una finalità estetico-educativa c’era uno spazio onorevole anche per paesi relativamente arretrati sotto il profilo strettamente tecnologico, come quelli italiani, ma capaci di esprimere una produzione erede di un artigianato di alta qualità. Sotto il profilo numerico naturalmente il dominio delle grandi potenze fu assoluto con una totale preminenza del Regno Unito che allineò 8982 espositori ai quali dovevano aggiungersi i 1151 provenienti dalle colonie. La Francia schierò 1746 espositori, 911 i paesi tedeschi, 802 la sola Prussia che superò l’impero austriaco con le sue 748 presenze. La presenza degli stati italiani (ma gli espositori del Lombardo-Veneto figuravano ovviamente nel padiglione dell’impero austriaco) fu dunque modesta quantitativamente (120 espositori la Toscana granducale, 97 il Regno di Sardegna, 57 gli Stati Pontifici) ma ottenne significativi riconoscimenti nel campo della chimica grazie agli esperimenti per la produzione dell’acido borico condotti a Larderello.

Il governo napoletano tornò ad autoescludersi in occasione della «Exposition universelle des produits de l’agriculture, de l’industrie et des beaux-arts» che si tenne a Parigi dal 15 maggio al 15 novembre 1855. Ferdinando, rifiutando l’invito rivoltogli, scelse anche in quell’occasione di mantenere il proprio isolamento, che i suoi apologeti recenti hanno ciarlatanescamente tentato di spezzare inventando di sana pianta non solo la sua inesistente partecipazione all’evento parigino ma addirittura un preteso “terzo posto” al mondo (!) come sviluppo industriale che gli sarebbe stato misteriosamente assegnato.

Anche a Parigi gli stati italiani intervennero con delegazioni abbastanza modeste: ne comprendeva 193 quella del Granducato di Toscana, 43 furono gli espositori degli Stati pontifici, 204 giunsero dagli Stati sardi. Il Regno delle Due Sicilie fu ufficialmente presente soltanto nella sezione delle “Belle Arti” con l’opera «Erigone e Bacco» dello scultore Antonio Lanzirotti e alcuni quadri dei pittori Francesco Giuseppe Paris, Beniamino De Francesco, Michele Patania.

Tuttavia pochissimi “industriali” del regno borbonico, a titolo individuale e a proprie spese, vollero partecipare egualmente. Furono accolti e registrati nella delegazione degli Stati Pontifici, sfuggendo pertanto fino a qualche anno fa alle ricerche degli storici3. In tutto se ne contarono sei. Da Napoli giunsero la ditta Genevois – fondata da un imprenditore svizzero, con sede al n. 201 della strada di Chiaja – con “savon et parfumerie”; la ditta Avolio – che aveva bottega nella calata di s. Caterina a Chiaja –presentò dei gioielli di corallo; G. Riccio espose alcune “médailles reproduites par la galvanoplastique” e un certo Di Bartolomeo delle corde armoniche.

Dalla Sicilia giunsero il barone Francesco Anca con alcuni campioni di citrato di calce e il sarto Basilio Scariano che riscosse tanto successo con il suo “psalizometro”, uno strumento per la confezione in serie di abiti per uomo, che si fermò a Parigi e vi aprì un atelier. E anche questa scelta di Scariano conferma quale distanza corresse sul piano economico tra le opportunità offerte dal dinamismo dei paesi più aperti alle innovazioni e la retriva e gretta politica di re Ferdinando.

Pochi anni dopo i disperati tentativi del figlio, Francesco II, di trovare degli alleati per resistere alla tempesta dissolutrice del suo stato, scatenata dalla rivoluzione siciliana, avrebbero dimostrato quanto quelle scelte ottusamente miopi avessero condannato senza appello il Regno delle Due Sicilie alla scomparsa.

1 A. Pellegrino, L’Italia alle esposizioni universali del XIX secolo: identità nazionale e strategie comunicative, «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Le esposizioni: propaganda e costruzione identitaria», 29/6/2014, www.studistorici.com/2014/06/29/pellegrino_numero_18/ , p. 4. La citazione da Corridi in Rapporto generale della Pubblica Esposizione dei prodotti naturali e industriali della Toscana, Firenze 1854.

2 R. Moscati, I rapporti austro-napoletani nei primi anni del regno di Ferdinando II, ASPN 1999, p. 189.

3 Ho riferito di questa mia scoperta per la prima volta in un intervento del 17 marzo 2016 nel sito “I luoghi della sorgente”. Da allora molti hanno ripreso la notizia, e taluno ha perfino avuto la cortesia di riconoscermene la paternità.

Un pensiero su “Se sei assente ti premio

  • 2 Aprile 2022 in 10:49
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    Ringrazio molto “Mezzogiorno e Risorgimento” per la pubblicazione di questo, come di altri, miei interventi. Mi stupisce che altri siti li riprendano senza avere la correttezza di attribuirli correttamente al sito e a me, e talvolta attribuendoli ad altri.

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