La seconda morte di Ippolito Nievo

Nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861, sulla rotta Palermo-Napoli, affonda il piroscafo “Ercole”: a bordo circa ottanta persone tra uomini d’equipaggio e passeggeri. Tra essi il poeta e romanziere Ippolito Nievo, che ricopriva l’incarico di vice-intendente dell’Esercito meridionale (l’Intendenza era l’ufficio che ne curava l’amministrazione), e gli altri addetti a quel compito. Del naufragio non vi furono superstiti e non si trovò allora né in seguito alcun relitto della nave.

La missione di Nievo era quella di raccogliere a Palermo e consegnare all’Intendente generale Giovanni Acerbi le carte necessarie per il passaggio di consegne al ministro della guerra, Manfredo Fanti, essendo stato sciolto l’esercito garibaldino. Per questo scopo il poeta era rientrato a Palermo il 19 febbraio. Quelle carte andarono anch’esse perdute nel naufragio. Quella tragica vicenda ha dato luogo a molte ricostruzioni, taluna romanzesca come quella di Eco nel libro “Il cimitero di Praga”, talaltra puramente sciacallesca, sulle quali è bene fare un po’ di luce.

Secondo la pubblicistica neoborbonica, la nave sarebbe stata affondata in seguito a un sabotaggio attuato non si sa bene con quale mezzo e organizzato per impedire che dalla contabilità della spedizione emergesse un finanziamento occulto in “piastre d’oro turche” elargito dalla massoneria internazionale a Garibaldi per consentirgli di corrompere i generali borbonici e affossare così il regno di Francesco II. Poiché si tratta di una mera fantasia, priva di qualsiasi base documentale, non varrebbe nemmeno la pena smentirla. Fissiamo comunque alcuni punti fermi.

1. Contrariamente a quanto affermato dai libellisti neoborbonici i documenti contabili della spedizione non scomparvero nel naufragio. Trasmessi tempestivamente, sono custoditi in 466 buste e registri presso l’Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite, Ministero della guerra, I Mille, Esercito Italia meridionale, Archivio Militare di Sicilia (1860-1862), terza divisione. Al rimprovero per un qualche ritardo nel loro invio di Nicola Ottone, direttore generale del Ministero della Guerra, Nievo rispose con una lettera molto pepata da Napoli il 16 febbraio 1861, precisando tempi e modi della spedizione e del “ritardo”.

2. Nievo aveva con sé soltanto “i resoconti di contabilità e analoghi documenti” per il passaggio di consegne. Peraltro aveva già redatto e pubblicato due resoconti della spedizione sul giornale “La Perseveranza” il 23 luglio 1860 (Spedizione da Quarto a Palermo) e il 31 gennaio 1861 (Spedizione dal 2 giugno al 31 dicembre 1860) sottolineando la regolarità e la correttezza di ogni singolo atto amministrativo.

3. Il preteso finanziamento in inesistenti “piastre d’oro turche” si fonda sulla breve relazione di un certo Giulio Di Vita, che non so se sia mai stato identificato da altri (io non ci sono riuscito), Il testo in questione – Giulio Di Vita, Finanziamento della spedizione dei Mille, in AA.VV., La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria. Atti del convegno di Torino 24-25 settembre 1988, Bastogi, Foggia, 1990, pp. 379-381 – è costellato di errori e privo di ogni riscontro. Sul punto rinvio al mio articolo “L’impiastro delle piastre”, apparso nel 2015 nel sito “Il brigantino – Il portale del sud”1 e ristampato nell’opuscolo “I megafoni di re Ferdinando” che ho caricato nel sito “Academia.edu”. Tra l’altro, se davvero fossero esistiti quei documenti e avessero avuto carattere compromettente, non rimarrebbe che la scelta tra due alternative: o Nievo sarebbe stato così imbecille da non rendersi conto del significato delle carte che aveva tra le mani o talmente spregiudicato da ignorarlo volutamente e infischiarsi delle conseguenze della loro propalazione. Ma sappiamo che non era né l’una cosa né l’altra.

4. Non si capisce dalle confuse “ricostruzioni” neoborboniche chi avrebbe avuto interesse a compiere il preteso attentato per nascondere “irregolarità amministrative”: certo non i moderati al governo, visto che proprio da quella parte si era scatenata una campagna di insinuazioni e accuse contro l’amministrazione garibaldina indignando Nievo che aveva tuonato contro “questi stupidi e bestiali lafariniani” in una lettera alla cugina Bice. E comunque non si vede per quale motivo si sarebbe dovuto sabotare un piroscafo per eliminare alcune carte invece di limitarsi senza alcun rischio e fatica a distruggerle.

5. “L’Ercole” era un piroscafo in cattive condizioni e in un viaggio precedente aveva causato a Nievo un fortissimo malessere. Per questa ragione il console amburghese Hennequin, grande amico del poeta, gli aveva sconsigliato di imbarcarsi su quella nave e di partire tre giorni dopo con un altro vapore. Nievo, malgrado non fosse in buone condizioni di salute, aveva rifiutato mostrando una estrema fretta di abbandonare la Sicilia.

In conclusione, il “sabotaggio” dell’Ercole si rivela per quello che è: una tragica fatalità che alcuni scribacchini hanno utilizzato per cavarne un qualche profitto di varia natura tentando di uccidere per la seconda volta, e stavolta assassinandolo, Ippolito Nievo, poeta raffinato ed eroe garibaldino.

1 Per un errore di trascrizione il sito storpiò il mio nome in “Augusto Martelli”, attribuendo così il testo al musicista peraltro già morto a quella data.

Un pensiero su “La seconda morte di Ippolito Nievo

  • 25 Aprile 2022 in 14:41
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    Una grande epopea, grandi uomini, battaglie leggendarie…. questo fu l’impresa garibaldina………….con questo non si vuole certo sminuire il valore e la tenacia dell’esercito borbonico che malgrado combattesse senza particolare convinzione fece quasi sempre il suo dovete quando ben comandato………..

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