Le maggiori interpretazioni storiografiche della questione meridionale

Le interpretazioni del divario economico fra Nord e Sud, ossia sulla genesi della cosiddetta Questione meridionale, hanno provocato un intensissimo dibattito e sono sempre state diversificate al loro interno. Semplificando al massimo, si possono distinguere almeno tre grandi correnti, di cui la prima è ormai abbandonata nella storiografia, mentre invece la seconda e la terza, molto differenziate al loro interno in altre scuole e gruppi, sono ben vitali:

1) quella del meridionalismo classico (Nitti, Salvemini, Gramsci), che è stata infine confutata ed in modo definitivo da Rosario Romeo. Esso riconosce che il divario preesisteva all’Unità, ma sostiene che si sia accentuato dopo di essa, o per le politiche governative sbagliate (quelle della Sinistra storica però, costituita in prevalenza da meridionali), o per la legge del “dualismo economico”, ovvero che le aree già più sviluppate sono riuscite ad attrarre in misura maggiore capitali, personale ecc. dal resto d’Italia. L’ipotesi di un prelievo di risorse finanziarie dal sud a vantaggio del nord era quella del Nitti, ma ha avuto la risposta di Corrado Gini, un secolo fa. Il Gini, grande sociologo e statistico, confutò con dati alla mano l’interpretazione nittiana e neppure il Nitti osò replicare.


La spiegazione del divario quale presunto sfruttamento del nord sul sud è una teoria anacronistica, che è stata esaminata e superata da decenni, per merito anzitutto di Corrado Gini (il maggior statistico italiano) e specialmente di Rosario Romeo (ritenuto il maggior storico del Risorgimento). Coloro che ancora si focalizzano sulla politica economica nazionale quale causa, o meglio quale una delle cause del divario, non sostengono che essa sia stata mossa dall’intento di favorire regioni a scapito di altre, bensì ritengono che errori di scelta (del genere di quelli della Sinistra storica, classe dirigente per lo più meridionale, presi nella politica doganale) abbiano finito con l’avvantaggiare lo sviluppo settentrionale. Un altro esempio di questo viene portato dai sostenitori di questa corrente riguardo alla Cassa del Mezzogiorno ed in generale sulle politiche di intervento con leggi speciali e trasferimento di ingenti risorse dal nord al sud. Alcuni studiosi ritengono che questa tipologia di azioni, che ha cercato di favorire il Meridione e che è stato portato avanti sin quasi dall’Unità, abbia finito con il danneggiare il sud.


Quella del “colonialismo interno” è una ipotesi di fatto abbandonata da molti decenni nella storiografia universitaria. Emanuele Felice nell’articolo “Italy’s North-South divide (1861-2011): the state of the art” (pubblicato nel 2015), in cui riassume per sommi capi lo status quaestionis sulla questione meridionale non si sofferma neppure ad esaminare l’ipotesi «dello sfruttamento − del Sud da parte del Nord» che egli ritiene «il meno fondato fra quelli proposti (anche se forse il più popolare, perché meglio si presta a essere strumentalizzato per fini politici). La mia tesi è che vi sia stata un’alleanza fra le classi dirigenti del Sud e quelle del Nord e che la grande maggioranza dei cittadini meridionali è stata sfruttata, in primo luogo, dalle loro stesse classi dirigenti.» Questa ipotesi, vecchia e superata, è già stata confutata da Corrado Gini (il massimo statistico italiano, le cui analisi nell’ambito della ripartizione delle risorse da parte dello stato italiano nel primo cinquantennio rimangono a tutt’oggi incontestate) e da Rosario Romeo (il maggior storico del Risorgimento, che ha stroncato l’ipotesi marxista sulla genesi del divario nord-sud). Dopo il Romeo questa interpretazione difatti è stata praticamente abbandonata.

2) la tesi continuistica, che vede nella diversità di condizioni fra parti d’Italia il frutto di una lunga differenziazione economica nella storia italiana, iniziata sin dal pieno Medioevo. Effettivamente, non vi sono praticamente dubbi che, a partire almeno dal secolo XII, alcune regioni conoscono una crescita economica intensissima, grazie ai Comuni, alla nascita di una borghesia diffusa, dei commerci, dell’artigianato ecc., mentre molte altre rimangono legate ad un’economica agricola e feudale. Gli storici del Medioevo abitualmente assegnano all’Italia centro-settentrionale il primato assoluto nell’Europa dei secoli XII-XV. I modernisti dal canto loro, pur ammettendo un declino economico di tutta Italia a partire dalla metà del Cinquecento, individuano proprio nel meridione la parte più svantaggiata. Questa tesi è praticamente fuori discussione, anche se essa si sofferma più sulle condizioni di lungo periodo, dell’era medievale e moderna, che non sul mondo contemporaneo.


Il professor Emanuele Felice (Italy’s regional inequality over the long run (1891-2001): linking indirect estimates with official figures, and implications, p. 21) presenta in questo modo tale corrente:

The first one, prevailing up to the 1990s, held that the at the time of Unification in 1861 the north-center regions, and in particular the north-western ones, were already more advanced: the argument is in line with the thesis proposed by Giustino Fortunato at the turn of the previous century, who emphasized the ‘natural poverty’ of the south, due to dry climate, to the shortness of natural resources and in particular of hydraulic power, to the low levels of (what today we would call) human and social capital, to the feudal heritage in the land system. By contrast, the north-west was a natural candidate for industrialization, because of a better geographical position, more favourable natural endowments and more advanced human and social capital endowments. Moreover, in the mid nineteenth century it was undisputedly better off in terms of transport infrastructure, in the credit sector, as well as in some crucial manufactures such as the silk industry.”

Su questa linea si poneva già il vero patriarca del meridionalismo stesso, Giustino Fortunato. Il Fortunato riteneva infatti che le diversità fra settentrione e meridione d’Italia fossero state create non dall’Unità, ma dalla “geografia e dalla storia” pregressa: nessuno studio di problema interno valesse meglio a saldare la nostra compagine unitaria, fonte d’ogni utilità prossima e lontana, quanto quello di attenuare le profonde antinomie, create dalla geografia e dalla storia, fra il nord e il sud della penisola.” (Giustino Fortunato, “Il mezzogiorno e lo stato italiano”).


Su questa linea si trova, fra gli altri, Luciano Cafagna;, Cafagna. L., ‘Intorno alle origini del dualismo economico in Italia’, in A. Caracciolo, ed., Problemi storici dell’industrializzazione e dello sviluppo (Urbino, 1965), pp. 103–150.Cafagna, L., Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia (Venice, 1989).

Su una linea di più lunga durata, tale distinzione economica è stata rintracciata già nel Medioevo (David Abulafia, D., The two Italies. Economic relations between the Norman kingdom of Sicily and the northern comune, Cambridge, 1977) e persino con radici nell’evo antico (Il grande storico inglese Arnold Toynbee propose una simile interpretazione nel suo studio Hannibal’s Legacy: the Hannibalic War effects on Roman life, Oxford, 1965).

Le spiegazioni del divario quale dovuto a differenze nel capitale sociale e nelle istituzioni locali sono al contempo diverse fra di loro ma intrecciate. Esse hanno il merito di consentire un’analisi di lunga durata storica. La base comune di entrambe è la presenza, incontestabile, di una struttura sociale plurisecolare segnata dal sistema agrario latifondista e da un feudalesimo particolarmente radicato e persistente (formalmente, è scomparso solo con Murat), che ha portato sia ad un capitale sociale minore rispetto al centro-nord, sia ad una mentalità differente nelle istituzioni.


La teoria che si sofferma principalmente sulla mentalità ha avuto quale suoi maggiori teorici due sociologi stranieri, Robert Putnam ed Edward Banfield. Il primo si è concentrato sul ruolo delle istituzioni politiche del centro-nord e del sud nel Medioevo e nell’era moderna, con la minore partecipazione consentita ai meridionali nella vita politica. Il Banfield con “The Moral Basis of a Backward Society” (New York 1958) invece ha esaminato principalmente la funzione delle strutture familiari e di clientela nella formazione di una mentalità determinata.


Questa teoria continuistica talora si focalizza sulle istituzioni locali, politiche ed economiche, trovando largo consenso in campo internazionale, con autori come Acemoglu e Robinson (D. Acemoglu D., J. A. Robinson, Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, London, 2012), oppure S. Engerman, K. Sokoloff , Institutions, Factor Endowments, and Paths of Development in the New World, «Journal of Economic Perspectives», 2000, 14 (3), pp. 217-232. Beninteso, l’elenco di autori che sostengono questa interpretazione è ben più lungo e comprende anche autori italiani, come Emanuele Felice.


Le istituzioni politiche ed economiche locali sono il frutto di un processo storico ed influiscono in maniera diretta sulla crescita economica. Anche se la cornice istituzionale è dal 1861 la medesima, le istituzioni locali hanno funzionato e funzionano in maniera diversa, poiché nel Mezzogiorno la vita politica si fonda su un sistema clientelare molto più radicato che nel Centro-Nord (sebbene questo non ne sia esente), e di ciò se ne ha abbondante notizia sin dall’epoca borbonica. L’impostazione clientelare è in parte eredità della precedente amministrazione borbonica, in parte ed ad un livello più profondo e per un periodo di tempo più lungo, della struttura socio-economica meridionale. Il ruolo delle mafie è l’aspetto più appariscente e grave di un fenomeno che attraversa storicamente buona parte della società meridionale.

3) infine, la terza scuola, più recente ma con illustri predecessori, si fonda sui criteri della “new economic history” anglosassone. Essa ammette una certa diversità fra nord e sud prima dell’Unità, a favore del settentrione, però sostiene che le diversità regionali fossero più importanti di quelle delle macroaree (nord, centro, sud). Per il resto, essa tale corrente individua nel periodo post.unitario una fase di rapida ed intensa crescita economica in tutta Italia, soltanto con ritmi differenti, con regioni che crescono di più ed altre di meno. Il più rapido sviluppo del nord nei cinquanta anni posteriori all’Unità è dovuto anzitutto alla maggiore vicinanza con l’Europa settentrionale (Francia, Germania ecc.), alla superiore disponibilità di energia derivante dall’acqua (fiumi, cascate ecc.), importante per le industria dell’epoca.


Una presentazione, sempre da Felice (cit., p. 22), la riassume in questo modo: “The third and most recent approach looks more articulated. Stemming from the scholars grouped around the ‘Istituto meridionale di storia e scienze sociali’ (Imes), founded in 1986, and its review ‘Meridiana’, it argued, with the avail of some brilliant case studies,40 that in the second half of the nineteenth century it was misleading to consider southern Italy as an uniform and backward area. As a whole the south may have ranked a bit below the centre-north, but the divide was relatively small. Above all, generalizations are to be considered wrong”.


Entra in gioco in questa corrente anche la spiegazione di ordine geografico, che si può dire la prima ad essere avanzata assieme a quella del malgoverno borbonico, avendo avuto come suo primo teorico Giustino Fortunato patriarca del meridionalismo. Essa si sofferma su dati di fatto inoppugnabili: la minore presenza in percentuale di terre di pianura e fertili rispetto al centro-nord; la minora presenza di corsi d’acqua, che ha determinato minori risorse energetiche negli anni (fine Ottocento ed inizio Novecento) in cui l’impiego dell’acqua quale fonte energetica era assai importante per l’industria (è quanto afferma, fra gli altri, Luciano Cafagna); la posizione più decentrata e periferica rispetto ai centri della rivoluzione industriale. Questa spiegazione trova ampi consensi anche in anni recenti. Ad esempio, Vittorio Daniele e Paolo Malanima chiudono il loro libro sul divario Nord-Sud: «La Rivoluzione industriale e l’industrializzazione sono avvenute in Inghilterra e poi nell’Europa occidentale. Se fossero avvenute in Africa, le cose, per il nostro Mezzogiorno (e non solo per il Mezzogiorno!) sarebbero certamente state diverse». Anche fra studiosi stranieri questa interpretazione viene accolta, come ad esempio da Brian A’Hearn ed Anthony Venables. Il condizionamento negativo indotto dalla geografia appare quindi riconosciuto, in un modo od in un altro, sebbene esso non sia considerato quale l’unico fattore del dislivello di sviluppo.

In ogni caso, è giudizio pressoché unanime fra gli storici che le condizioni economiche del Mezzogiorno fossero in media meno buone di quelle dell’Italia del nord al momento dell’Unità e che tale forbice avesse radici plurisecolari. lo studio del Daniele-Malanima, comparso in Rivista di politica economica, 2007, fasc. IV fornisce al suo inizio uno status quaestionis sulla storiografia riguardante le differenziazioni regionali in Italia: “È opinione corrente, fra gli storici, che il divario fra il Nord e il Sud affondi le sue radici in differenze di sviluppo economico, politico, culturale molto remote. Già dall’epoca tardo-medievale sarebbe evidente l’esistenza di “due Italie”. Le differenze di sviluppo si sarebbero approfondite nei secoli successivi, tanto che, all’epoca dell’Unità, già sarebbe esistito un divario nel Pil pro capite delle due parti del paese pari al 10 o al 20 per cento” (p. 3).

Altri riferimenti bibliografici allo status quaestionis sul soggetto: CAFAGNA L., «La questione delle origini del dualismo economico italiano», in CAFAGNA L., Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Venezia, Marsilio, 1989, pp.187-220.; ECKAUS R.S., «Il divario Nord-Sud nei primi decenni dell’Unità», in CARACCIOLO A. (a cura di), La formazione dell’Italia industriale, Bari, Laterza, 1969, pp. 223-243. ECKAUS R.S.,, «L’esistenza di differenze economiche tra Nord e Sud d’Italia al tempo della Unificazione», Moneta e Credito, 51, 1960, pp. 347-372. ESPOSTO A.G., «Italian Industrialization and the Gerschenkronian “Great Spurt”: a Regional Analysis», Journal of Economic History, n. 52, 1992, pp. 553-562. ESPOSTO A.G., «Estimating Regional Per Capita Income: Italy, 1861-1914», Journal of European Economic History, XXVI, 1997, pp. 585-604. ECKAUS R.S. (1960; 1969), ESPOSTO A.G. (1992; 1997). In questa direzione si muoveva anche l’importante articolo di CAFAGNA L. (1989). Naturalmente poi si possono ricordare l’opera monumentale di Rosario Romeo e gli studi di Gerschenkron.


Neppure gli storici meridionalisti, a partire da Villari, Nitti e Salvemini, sostengono il contrario. Lo stesso Giustino Fortunato, forse il maggiore fra i meridionalisti, dopo un attento esame della condizione del meridione prima dell’Unità, concludeva che fosse peggiore del resto d’Italia, pur riconoscendogli alcuni (pochi) aspetti positivi.
È appena il caso di ricordare che quanto s’affronta un determinato soggetto storico il punto di partenza dello studio o ricerca deve essere la conoscenza quanto più approfondita possibile dello “status quaestionis”, anche in considerazione delle notevoli diversità che si hanno nella storiografia fra metodologie e scuole differenti nell’approccio alla materia esaminata.
È certo che, paragonata l’Italia dell’epoca a paesi come Francia od Inghilterra, essa apparisse complessivamente meno sviluppata. In altri termini, le differenze economiche interne all’Italia era certamente minori di quelle internazionali fra il nostro paese ed altri stranieri. Ciononostante, considerando il complesso degli indici e dei fattori, si possono riscontrare diversità economiche anche all’interno dell’Italia preunitaria, sebbene non troppo marcate.

One thought on “Le maggiori interpretazioni storiografiche della questione meridionale

  • 31 Luglio 2020 in 10:19
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    Mi permetto di intervenire per rispondere alle lagnanze di alcuni lettori dell’articolo di Marco Vigna per le citazioni in inglese che Vigna (del tutto legittimamente) vi ha inserito. Per quanto riguarda Felice, si può leggere naturalmente il suo libro “Perchè il Sud è rimasto indietro”, Il Mulino, 2013 e la risposta alle critiche dello stesso Felice nell’articolo “Southern Italy between history and journalistic books. A reply to Daniele and Malanima” che si trova in MPRA.ub.uni-muenchen.de. IL titolo è in inglese ma il testo è in italiano. Lo si tova con facilità sulla rete.
    Il libro di Banfield, Le basi morali di una società arretrata, è apparso nel 2010 in traduzione italiana per i tipi ancora del Mulino.
    Il libro di David Abulafia è tradotto in italiano con il titolo “Le due Italie”, Guida 1991.

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