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Camorra e regime borbonico

Lo stato borbonico alla debolezza delle proprie antiquate istituzioni sommò la frattura con gran parte della società susseguita agli eventi del 1798-1799. Dopo la Restaurazione la monarchia dei Borboni non poteva fare affidamento né su d’un apparato statale efficiente, né su d’una salda ed ampia base sociale, cosicché fu spinta da questa condizione a ricercare un modus vivendi con tutte quelle forze e quei settori sociali che potessero, per interesse, appoggiarla, quali i lazzaroni, la mafia, la camorra.

Il regime borbonico strinse un’alleanza di fatto con la camorra almeno dal 1816, probabile data di fondazione della setta detta dei Calderari. Essa sarebbe stata costituita in tale anno da Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, quando era ministro della polizia, col preciso obiettivo d’operare in difesa della monarchia “legittima”. Secondo un’altra ipotesi, la setta sarebbe stata creata su impulso di Maria Carolina (la regina straniera che aveva di fatto esautorato re Ferdinando I dalle sue mansioni regali, a cui egli non teneva affatto, e principale responsabile delle stragi dei patrioti della repubblica partenopea), tanto che essa prendeva anche il nome di “Caroliniana”. Tale organizzazione segreta aveva come simbolo una caldaia sotto la quale “brucia e si consuma il carbone”. Gli storici hanno avuto difficoltà a ricostruire la storia dei Calderari, proprio per la sua natura d’associazione segreta. Appare però evidente che essa era costituita in buona misura da criminali comuni. Il Colletta parla dei calderari come di delinquenti, tolti dalle carceri nel 1799 per arruolarli nell’armata sanfedista oppure provenienti dal brigantaggio del decennio successivo. Il Carascosa, nelle sue Memoires historiques, concorda sostanzialmente su tale impostazione, sostenendo che i Calderari erano in massima parte persone colpevoli di fatti vergognosi e senza autentici principi. Persino un autore chiaramente borbonico come Ulloa è sprezzante nei loro confronti, definendoli in sostanza quale plebaglia. In sintesi, i Calderari rappresentavano assieme un’associazione segreta ed un gruppo paramilitare ed erano reclutati in buona misura fra criminali comuni d’idee legittimiste, sovente ex sanfedisti, spesso camorristi. La sua stessa struttura era ispirata almeno parzialmente all’organizzazione camorristica e si legò alla delinquenza anche al di fuori dell’area metropolitana partenopea. L’importante storico Antonio Lucarelli, autore di fondamentali studi sulla Puglia del periodo risorgimentale, sostiene nel suo articolo Il maresciallo di campo Riccardo Church, il bandito Ciro Annichiarico e la Carboneria di Terra d’Otranto alla luce di nuovi documenti che grazie alla “tenebrosa istituzione dei Calderari sorretti dal Canosa l’odio di parte irrompe nella parte più cruenta e barbarica: aggressioni, rapine, ricatti, stupri, ferimenti, assassini”.

La setta dei Calderari, fondata da un ministro della polizia di Ferdinando I od addirittura direttamente dalla regina Carolina, venne infine formalmente proibita, ma rimase a lungo attiva e ben ramificata, nonché collusa con la camorra, tanto che alcuni suoi membri erano reclutati fra i detenuti nelle carceri borboniche, ove la camorra spadroneggiava. Sotto il regno di Francesco I tale organizzazione criminale e politica assieme, che già aveva notevole potere in precedenza, acquistò quasi funzioni parastatali ed ebbe forti appoggi fra i ministri ed i cortigiani. Uno dei principali collaboratori di questo monarca fu il famigerato Francesco Saverio Del Carretto, del cui spietato operato è un esempio la repressione del moto del Cilento. I carbonari della città di Bosco tentarono una rivolta armata per ripristinare la Costituzione carbonara napoletana del 1820. L’esercito borbonico, guidato dal Del Carretto, giunse sul posto, circondò il paese e lo spianò con l’artiglieria pesante. I superstiti furono fucilati od uccisi a baionettate. Furono distrutti anche i paesi limitrofi di Licata, Camerata, e San Giovanni a Piro. Dal 1831 Del Carretto, che per le sue benemerenze nei confronti del trono aveva già ottenuto il titolo di marchese e quello di cavaliere dell’Ordine di S. Giorgio, cumulò la carica di comandante della gendarmeria a quella di ministro di Polizia, che mantenne per lunghi anni sotto Ferdinando II. Il Settembrini in Ricordanze della mia vita è durissimo verso “il re bomba” ed i suoi ministri, a cominciare dal Del Carretto, che egli conobbe personalmente. Così l’importante patriota ed intellettuale originario di Napoli descriveva questo personaggio nelle sue memorie: “Francesco Saverio Del Carretto, ministro della polizia e capo della gendarmeria, aveva in mano un immenso potere e lo esercitava con arbitrio spaventevole. Nei giudizi criminali, nei piati civili, nelle contese di famiglia, nel commercio, nell’istruzione, nell’amministrazione, metteva le mani in tutto, e tutto rimescolava con insolenza gendarmesca. Operoso e destro, non aveva alcuna fede, fu carbonaro, poi, ribenedetto, carezzava i liberali per corromperli, lisciava le donne per usarne anche come spie.”

Questo Del Carretto, ministro della polizia e capo della gendarmeria, fu probabilmente anche membro della suddetta associazione segreta reazionaria e di stampo camorristico dei Calderari (la sua affiliazione alla Carboneria si spiegherebbe come un’infiltrazione per spiarla, come egli stesso aveva dichiarato e secondo una pratica seguita proprio dai Calderari) e si servì per la sua rete di spie e delatori anche dei criminali comuni. Le fonti, sia di scrittori, sia amministrative, documentano il ricorso alla camorra come rete spionistica nella società e nelle carceri in funzione antiliberale, nonché i premi elargiti ai camorristi tramite proscioglimenti ed anche carriera nella polizia. A questa attività s’aggiungeva l’attribuzione direttamente ai camorristi di ruoli da poliziotti. Ad esempio, Marc Monnier nel suo pioneristico studio sulla camorra può asserire che questa associazione criminale era rispettata dai Borboni ed impiegata quale una sorta di corpo di polizia già sotto il ministero Del Carretto: “Comunque siasi, la camorra fu rispettata, usata spesso sotto i Borboni fino al 1848. Essa formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici. Quando un furto importante avveniva in un quartiere, il commissario chiamava a sé il capo dei camorristi e lo incaricava di trovare il ladro. Il ladro era sempre trovato, salvo il caso che fosse il capo dei camorristi. … o il commissario. Inoltre la camorra, come ho già notato, era incaricata della polizia delle prigioni, dei mercati, delle bische, dei lupanari e di tutti i luoghi mal famati della città.” (M. Monnier, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, Firenze 1862, p. 84). È per questa ragione che, osserva sempre il Monnier, “è costume preso sotto i Borboni di non tener in conto la polizia legale” e ricorrere piuttosto al camorrista (Ibidem, p. 84).

Del Carretto fu infine spedito in esilio nel 1848 dallo stesso re che egli aveva a lungo servito, come era già avvenuto al suo predecessore al ministero della Polizia, Nicola Intonti (entrambi funsero in questo modo da capro espiatorio delle politiche di Ferdinando II), ma ciò non pose fine ai legami che stringevano lo stato borbonico alla camorra. Il professor Barbagallo, ordinario di storia contemporanea all’Università di Napoli “Federico II”, scrive che dopo il 1848 “la polizia borbonica, nella tutela dell’ordine pubblico, non mancò di servirsi dell’organizzazione camorristica […] E spesso fece ricorso ai camorristi incarcerati per avere informazioni sul comportamento dei detenuti politici” (Francesco Barbagallo, Storia della camorra, Roma-Bari 2010, p. 12). Barbagallo scrive che la mancanza di fonti d’archivio impedisce d’approfondire l’idea dell’esistenza d’una “precisa strategia di collaborazione tra il regime poliziesco borbonico e la camorra”, ma che comunque simili “collusioni erano denunciate da esuli liberali come Antonio Scialoja” (op. cit.). Il Monnier, nel suo studio sulla camorra, ricorda che Ferdinando II si alleò di fatto con la camorra e ne cercò l’amicizia in funzione antiliberale, con un legame che si accentuò dopo il fatidico 1848. Scrive il Monnier che il sovrano borbonico “organò una polizia formidabile contro tutti coloro che gli facevan paura. Né erano i ladri o i briganti, che non aveano opinioni politiche; usava riguardi ai primi, concedeva pensioni ai secondi (a Talarico per esempio), li relegava in un’amena isoletta, o li lasciava in libertà. Ma i liberali erano inseguiti e perseguitati con infaticabile ardore. Tale fu l’opera moralizzatrice impresa e compiuta da re Ferdinando. Non trattavasi di sradicare gli abusi, ma piuttosto di preservare quelli che potevano tornar utili alla conservazione del trono. Non si pensava in guisa alcuna a trarre la plebe dal suo avvilimento; anzi si desiderava di mantenervela fino alla fine dei secoli, ben sapendo che la monarchia assoluta non è possibile, nei tempi in cui viviamo, se non in un popolo snervato e degradato. La camorra non potea quindi esser trattata da Ferdinando come nemica. Prima del 1848 essa non si era occupata del governo: non lo avea combattuto, e neppure molestato. A che muoverle contro? Fu lasciata tranquilla, tanto più volentieri perché non si amava averla nemica. I camorristi, lo notai, erano plebei energici. Quindi meritavano riguardi dal governo sempre dominato dalla paura. D’altra parte essi rendevano servigi alla polizia: si vuole anche che ne facessero parte. Ho nelle mie mani appunti molto curiosi, scritti da un camorrista pentito, il quale forniva ragguagli singolari intorno alle relazioni della setta coll’antica prefettura di Napoli. Secondo questi appunti divisi in articoli, e colla forma di un codice segreto della camorra, la setta era posta, a’ tempi dei Borboni, sotto la sorveglianza della polizia. All’indomani della sua elezione, il nuovo affiliato presentavasi al commissario del suo quartiere, e chiedevagli un’udienza particolare: «Voi vedete» gli diceva «un nuovo operaio che ha ricevuto la proprietà». E dopo ciò gli dava dieci piastre. Il commissario trasmetteva la notizia al prefetto di polizia, il quale in capo ad un mese riceveva una mancia di cento ducati. Né basta. Il prefetto non limitavasi a prender la sua parte di barattolo, ma presiedeva anche all’organamento della società segreta e nominava egli stesso i capi dei dodici quartieri, ciascuno de’quali avea una provvisione di cento ducati (425 lire italiane) al mese, pagata sui fondi segreti della polizia In ricambio i funzionari governativi incaricati di vegliare alla pubblica sicurezza non sdegnavano di riempire le loro tasche con il denaro estorto ai poveri da questi malandrini a ciò autorizzati. Quando si divideva il Carusiello, un terzo dei benefizi era religiosamente portato al commissario, che a sua volta lo divideva coll’ispettor di servizio e col caposquadra. E ciò avveniva nei dodici quartieri e durante tutto il felicissimo regno di Ferdinando II. Questo affermano gli appunti del camorrista.” (Monnier, La camorra, cit., pp. 82-83).

Questa condizione d’alleanza con intenti politici s’affiancava a forme di commistione fra lo stato e le associazioni criminali. Il professor Barbagallo scrive che la camorra nel periodo borbonico esercitava un dominio sulle carceri, sui mercati, sulle bische di fatto autorizzate dalla polizia, e sulle attività daziarie, talvolta spesso in vera e propria sostituzione dei funzionari (Barbagallo, cit., pp. 7-11). “La camorra costituiva quindi una specie di potere parallelo rispetto a una debole struttura statale”, può concludere Barbagallo (Ibidem, p. 11). Inoltre, non vi è dubbio che la camorra “riusciva a far carriera nella «bassa polizia» ed a confermare, anche per questa via, il suo ruolo di dominio sulle masse plebee della capitale” (Barbagallo, cit., p. 12). Esistono inoltre “documenti e rapporti dei ministeri borbonici che attestano la profonda corruzione degli organi di polizia ai diversi livelli” (Ibidem, p. 13). Le attività camorristiche erano in parte ispirate dalle azioni estorsive e dalla corruzione comunissime nella polizia borbonica, i cui membri praticavano estorsioni (ovvero la richiesta del “pizzo”) ai negozi ed esercizi: “In tal modo la pessima amministrazione di questo settore basilare del regime forniva un preciso paradigma operativo per la già esperta e attiva organizzazione camorristica; che si occupava di sovrintendere all’ordine delle prigioni, nei mercati, nei bordelli, nelle bische” (Ibidem, p. 13). Un fenomeno analogo avvenne in Sicilia, nella quale la mafia, nel suo sviluppo a cavallo fra Settecento ed Ottocento, si strutturò sulla base della natura feudale della società e delle istituzioni borboniche e strinse poi un patto con Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica nell’isola dal 1849 al 1860 (Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma 1993).

È facile pertanto individuare una lunga linea di complicità fra il potere borbonico da una parte e la camorra e più genericamente il crimine comune dall’altra, che attraversa i regni di Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II, sotto la cui corona non solo il potere pubblico s’alleò tacitamente con la delinquenza, ma addirittura contribuì direttamente od indirettamente a modellarla e rafforzarla.

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