Bufale parigine

È ormai pacificamente accettato come la rivendicazione di «primati» sia del tutto ininfluente ai fini della ricostruzione dell’effettivo sviluppo tecnologico ed economico di uno Stato. Per valutare, ad esempio, quando e quanto l’energia elettrica si sia effettivamente utilizzata in un settore industriale o per illuminazione in una città non conta stabilire la data dell’accensione della prima lampadina, ma quella in cui la rete elettrica abbia raggiunto una sufficiente estensione o la produzione abbia cominciato a sostituire in maniera significativa le altre sorgenti di energia utilizzate.

Se questa affermazione è valida quando il cosiddetto «primato» è autentico, è difficile perfino trovare una definizione adatta nel caso si rivendichi un «primato» inesistente. In queste pagine fornirò alcuni esempi.
Il mondo neoborbonico diffonde da anni un elenco, peraltro molto ballerino, di questi «primati», con voci che appaiono e scompaiono a seconda della rapidità con la quale si provvede a smascherarne l’inconsistenza. Nel libro di Gennaro De Crescenzo, Le industrie del Regno di Napoli, Grimaldi, 2002, p. 168 si riferisce che nel 1856 il Regno delle Due Sicilie ottenne – trascrivo letteralmente – il «Primo Premio Internazionale per la Produzione di Pasta (Mostra industriale di Parigi)».

Ora chiunque abbia un minimo di conoscenze della storia delle esposizioni universali sa che la grande «Exposition universelle des produits de l’agriculture, de l’industrie et des beuax-arts» si tenne a Parigi dal 15 maggio al 15 novembre 1855 e che il Regno delle Due Sicilie non fu tra i paesi espositori. Partecipò invece al «Concours agricole universel» dell’anno successivo, esposizione di rilievo internazionale ma di portata di gran lunga inferiore alla «Exposition». In quella sede furono premiati numerosi espositori siciliani, e che venissero dall’isola e non dalle province peninsulari non è un dettaglio trascurabile. Va inoltre precisato, onde evitare di fornire false informazioni, che la giuria non premiava un solo espositore per ogni categoria ma che le medaglie da attribuire, fossero d’oro, d’argento o di bronzo, si assegnavano a tutti gli espositori ritenuti meritevoli di quella distinzione. Non c’era cioè un podio formato da tre vincitori, ma c’erano molti premiati per ogni livello.

Torniamo alla pasta dei neoborbonici. Un documento che faceva piena luce sulla vicenda venne pubblicato, con qualche imprecisione o lacuna che non rileva in questa sede, nel sito «DueSicilie.org» nel corpo di una lunga nota, risalente al 2010, di due giovani studiosi, Roberto Della Rocca e Andrea Casiere, con commento di Gennaro De Crescenzo.Il documento, rinvenuto in ASN, MAIC, fascio 246, era una lettera inviata dopo la conclusione del «Concours» dal segretario della legazione napoletana a Parigi, il marchese Luigi Cito, al ministro degli Esteri, Luigi Carafa. Ne trascrivo la parte relativa al caso che stiamo trattando così come è pubblicata nel sito, compresi gli evidenti errori o vuoti di trascrizione:

[…] Avendo rimarcato che nulla — alla detta esposizione de’ regi domini al di qua del faro e trovandosi una cassetta con collezione delle paste napoletane per uso mio, pensai dovesse figurare in mezzo alle paste d’Italia e di Francia. Lungi dall’augurarmi queste eccellenti produzioni sono state con plauso ammirate ed alle altre preferite, di modo che si è dato la medaglia di bronzo à la ville de Naples pour une collection de pâtes.

Il campione presentato dal Cito per garantire la presenza al «Concours» di almeno un prodotto «de’ regi domini al di qua del faro», appunto la cassetta contenente vari formati di pasta, ottenne dunque «la medaglia di bronzo», metallo che di per sé esclude che si possa millantare una prima posizione. Per di più la giuria accordò eguale riconoscimento – e la notizia è del tutto inedita, la regalo ai lettori come premio per la loro pazienza – anche alla pasta di un imprenditore algerino, tale monsieur Cheviron, della città di Medéah (Cfr. Concours agricole universel de Paris en 1856. Liste générale des récompenses décernées par les Jurys, Paris, Imprimerie impériale, 1856, pp. 79 e 85, dove è confermata l’attribuzione della medaglia «à la ville de Naples»).
Per completezza d’informazione, preciso che la giuria assegnò agli espositori della III divisione «Prodotti agricoli», nella quale figuravano le paste alimentari, dieci medaglie d’oro «grand module», sessantasette medaglie d’oro, centosettantasette medaglie d’argento e oltre duecento medaglie di bronzo oltre ad un cospicuo numero di menzioni onorevoli.

In conclusione, la pasta napoletana – sulla cui ottima qualità nessuno di noi ha il minimo dubbio – non ottenne il «primo premio» nel 1856 e la manifestazione alla quale partecipò non era una «Mostra industriale». Vogliamo dunque classificare anche questo «primato» come una, peraltro maldestramente formulata, «bufala»?

Augusto Marinelli

5 pensieri riguardo “Bufale parigine

  • 26 Giugno 2020 in 11:50
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    Pare che nelle recenti edizioni delle liste dei “primati” elaborate dal De Crescenzo questo “primato” sia scomparso. Evidentemente smascherare le falsità prima o poi sortisce esisti positivi.

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    • 26 Giugno 2020 in 18:45
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      Si spera sempre nell’onestà intellettuale delle persone e nell’umiltà di ammettere di aver sbagliato

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  • 27 Giugno 2020 in 08:39
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    Pasta siciliana tra l’altro a quanto pare.

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    • 28 Giugno 2020 in 09:28
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      No, come scritto nell’articolo la pasta era stata prodotta da stabilimenti napoletani.

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  • 5 Agosto 2020 in 14:47
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    Le vestali di De Crescenzo

    A difesa di De Crescenzo e della pasta napoletana, che io avrei sminuito con questo mia scheda, interviene su “VesuvioLive” del 30 giugno 2020 un certo Emilio Caserta. Caserta sottolinea che lui i libri li legge davvero, non come gli “antiprimatisti” come me che non li leggono, scrivono per astio e rancore e per di più dopo letture “solitarie” e non collettive come meriterebbero le opere del De Crescenzo, e ribadisce orgogliosamente dopo aver «letto tutti i libri» che quel premio [«Primo Premio Internazionale per la Produzione di Pasta (Mostra industriale di Parigi)»] era vero e che la pasta napoletana era stata giudicata a Parigi la migliore del mondo.
    Sfugge all’attento lettore che io ho scritto esattamente che la pasta napoletana aveva ottenuto una medaglia di bronzo alla pari di un produttore algerino, e che, caso mai, non poteva trattarsi di un “primo premio” – a meno che non si intenda l’aggettivo in senso cronologico – in quanto le produzioni migliori ricevevano una medaglia d’oro e non di bronzo. Evidentemente la giuria parigina aveva ritenuto che nessun produttore di pasta meritasse la medaglia d’oro. Caserta e De Crescenzo possono condividere o non condividere quel giudizio ma non modificarlo a loro piacimento.
    Nella foga di difendere il “primato” Caserta giunge fino ad affermare che alla “Mostra industriale” del 1855, «nei padiglioni delle Belle Arti, le Due Sicilie pure avevano partecipato, come dimostrano i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli (fondo Ministero Agricoltura Industria e Commercio, fascio 246) e avevano pure ottenuto diversi premi per “corde e per stamperia galvanoplastica applicata” con un bottino complessivo significativo di dodici grandi medaglie di oro, settantotto pure di oro ma di ordinaria dimensione, 105 d’argento, 215 di bronzo, 95 menzioni onorevoli».
    Peccato che l’attentissimo Caserta, dopo tante letture, faccia confusione tra l’Esposizione Universale del 1855, alla quale come dovrebbe essergli noto il Regno delle Due Sicilie non partecipò e il «Concours agricole universel» dell’anno successivo nel quale vennero assegnati «complessivamente» a tutti gli espositori nella III Divisione tutti i premi da lui elencati, mentre il regno borbonico ottenne, grazie prevalentemente ai prodotti siciliani, due medaglie d’oro (Florio e il barone Anca) e due di bronzo (per la pasta “alla città di Napoli” e alla ditta “siciliana” Gardner e Rose per la seta).
    Evidentemente non ci sono più le vestali di una volta

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