Brigantaggio italiano. Considerazioni e studi nell’Italia unita

È appena uscito un nuovo libro sul brigantaggio, che distrugge totalmente la mitologia revisionistica su di esso. Si tratta del saggio storico di M. Vigna, “Brigantaggio italiano. Considerazioni e studi nell’Italia unita”, Novara 2020, Interlinea, pubblicato con la prefazione del professor Alessandro Barbero.

È un testo corposo, di quasi 600 pagine, scritto ricorrendo ad una quantità immensa di fonti. Le fonti primarie comprendono: materiale archivistico, tratto dagli archivi di stato di L’Aquila, Campobasso, Caserta, Catanzaro, Foggia, Matera, Napoli, Potenza, Reggio Calabria, Roma (archivio centrale dello stato), Salerno e specialmente Torino, questi ultimi ritrovati in enorme abbondanza dal ricercatore indipendente G. “Pino” Perri; inoltre si sono consultati Cronache, opuscoli, memorie di autori coevi al brigantaggio, atti ufficiali e normative contro il brigantaggio dal Medioevo al regno d’Italia; testimonianze fornite da giornali e periodici. Le fonti secondarie, ossia la bibliografia in senso proprio, comprende molte centinaia di titoli, tanto che il solo elenco della storiografia in fondo al testo ha richiesto 20 pagine intere e fitte. Il valore del libro non si limita alla dimensione quantitativa, per quanto imponente, perché quella qualitativa è altrettanto pregevole. “Brigantaggio italiano” impiega un’impostazione metodologica assolutamente unica su di un argomento così trattato, poiché utilizza metodologie d’analisi derivanti da varie metodologie, non solo quelle tratte dalla storiografia in senso stretto. Il fine che si propone il libro difatti non è scrivere un’altra storia del brigantaggio postunitario, bensì di rispondere all’interrogativo sulla sua natura profonda: esso fu un’insurrezione con moventi politici, una guerriglia contadina, un fenomeno criminale?

Facendo ciò, l’autore impiega il metodo diacronico classico, ma anche le analisi di microstoria, la statistica, la sociologia, persino la psicologia, la psichiatria e l’antropologia, affrontando una grande quantità di temi: lo status quaestionis (capitolo I); l’operato concreto dei briganti (capitolo II); la subcultura brigantesca, con le diffuse pratiche dello stupro e dell’antropofagia (capitolo III); i legami fra brigantaggio e le mafie, con cui esisteva un rapporto osmotico di mescolanza (capitolo IV); la collocazione del brigantaggio nel contesto della società meridionale, in cui si prova che i pupari dei briganti erano galantuomini altolocati, mentre i ceti popolari erano in maggioranza ostili (capitolo V); la storia della repressione del brigantaggio, in cui si prova la continuità delle leggi e normative dal Medioevo sino alla legge Pica, in particolare dimostrando che questa famosa legge era un’imitazione dell’anteriore normativa contro il brigantaggio esistente sotto i Borboni (capitolo VI); le cause per cui si diveniva brigante, che erano solitamente o per latitanza per altri reati o per motivi economici (capitolo VII); infine la conclusione (capitolo VIII). Il libro è straordinario ricco di dati di ogni sorta ed altamente complesso, per cui quanto qui riassunto è solo una pallida sintesi dei contenuti. Il professor Barbero spiega che «La percezione del brigantaggio meridionale postunitario nella società italiana odierna è oggetto di una inquietante operazione di stravolgimento della realtà e reinvenzione fraudolenta della memoria, che stravolge il ricordo di quella vasta e terribile ondata di violenza, le attribuisce intenzioni e motivazioni in gran parte immaginarie, e impedisce di ricavarne insegnamenti utili per capire davvero le contraddizioni irrisolte del nostro paese. Questa nuova interpretazione pretende di mettersi in continuità con un’altra e precedente reinvenzione, diffusissima nella cultura popolare, che presentava il brigantaggio, in forme edulcorate e romanticizzate, come un impulso generoso di ribellione contro la povertà e la disuguaglianza, contro l’avidità della classe dirigente e l’oppressione di uno stato lontano e indifferente. È un’interpretazione, quest’ultima, del tutto insufficiente a rendere conto di un fenomeno che, come dimostra in modo esauriente la poderosa ricerca di Marco Vigna». Il professor prosegue dicendo che «Oggi, però, la memoria e anzi la celebrazione del brigantaggio sono ostaggio di un movimento neoborbonico che le inserisce in un quadro consolatorio del tutto inventato che non corrisponde a verità storica

Alessandro Barbero conclude nella presentazione del saggio che si tratta di «un’opera di straordinaria densità, sia per il livello costantemente alto della riflessione storiografica e non solo, sia per l’enorme ricchezza delle fonti messe a frutto, […] che se non è la parola definitiva sulla storia del brigantaggio, costituirà però d’ora in poi un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia interessarsi a questa vicenda» “Brigantaggio italiano. Considerazioni e studi nell’Italia unita” è quindi una gigantesca confutazione della mitologia del brigantaggio come insurrezione politica o rivolta contadina, poiché dimostra con una quantità gigantesca di dati inoppugnabili che si trattò di un fenomeno puramente criminale.

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