Il Risorgimento cominciò al Sud. Nel 1848 una spedizione di siciliani per aiutare i «fratelli lombardi»

Eccoci in un «altro» viaggio verso l’Unità d’Italia. Un viaggio al contrario. Qui il vento liberale non soffia dal Nord al Sud, ma dalla Sicilia in su. Prima, durante e dopo il Risorgimento. Lo racconta un libro (Verso l’Italia unita. Viaggio di un giurista tra cronaca e storia, Giuffrè editore) in cui, tra mille altri, si possono pizzicare le figure del bisnonno, del nonno e dei prozii dell’autore. Bei tipi d’italiani ancor prima dell’Italia. Avevano in comune di chiamarsi di cognome Cutrera, di nascere in Sicilia e di servire l’Idea Giusta negli anni in cui l’Italia si stava plasmando. Emanuele che, dopo le barricate di Palermo del 1848 se ne andrà a Londra a complottare con Giuseppe Mazzini con in tasca un attestato che dice: «Signore, dal Presidente del Governo di Sicilia è stato nominato Alfiere della truppa nazionale, lo comunico a Lei con sommo piacere, e per sua intelligenza, firmato: il ministro Paternò, Palermo lì 10 aprile 1848». E, Emanuele, diventerà, di religione, anglicano. Antonino, cattolico, che nel 1900 pubblica un libro intitolato La mafia e i mafiosi in cui compare una mappa, un «cartogramma dimostrante» la densità della presenza criminale nelle zone e nelle città dell’isola (dati e percentuali che valgono ancora oggi). Antonino è un funzionario di polizia che merita promozioni e invece viene sbattuto di qua e di là con una raffica di trasferimenti «punitivi». Non pigliando soldi dai mafiosi ma vivendo onestamente del suo stipendio, Antonino scrive al ministro che «siccome egli ha famiglia, ad ogni viaggio ha dovuto rimettere di tasca propria». Arturo, intellettuale liberale, che si esilia a Roma per sfuggire alla vendetta mafiosa e diventa valdese. Achille, ateo, direttore della dogana di Palermo che quando «devono» passare senza pagare dazio le mandrie dei mafiosi e dei potenti minaccia di mandarle indietro e pretende il pagamento della tassa. Achille verrà sfregiato, ma con l’aiuto di una guardia di città farà catturare l’attentatore; con coraggio allora (e anche oggi) inaudito lo trascinerà in tribunale e lo farà condannare a otto anni di carcere; nel dispositivo della sentenza non comparirà mai la parola mafia e anche per Achille sarà meglio cambiare aria sino a finire a Milano. Achille era il nonno di Achille Cutrera, avvocato di diritto pubblico a Milano, già docente alla Statale, senatore del Psi, sottosegretario ai Lavori pubblici nel governo Ciampi, vicepresidente della commissione post-terremoto in Irpinia, componente della commissione antimafia guidata da Luciano Violante, autore oggi di Verso l’Italia unita. Un libro che spiazza il lettore. Intanto, perché le vicende bio e auto-biografiche si mischiano con il cammino della storia, ma anche perché la scienza giuridica e la filosofia del diritto diventano le lenti d’ingrandimento per investigare nel Risorgimento e nell’Unità d’Italia. E, soprattutto, perché ribalta la vulgata: le radici culturali, politiche e giuridiche dell’Unità d’Italia – sostiene Cutrera – non stanno al Nord, ma al Sud, in Sicilia, appunto. A cominciare da ben prima. Già dal 1781 quando non soffia ancora il vento della Rivoluzione francese, ma Domenico Caracciolo «spagnolo di nascita, napoletano per educazione, ma di approfondite conoscenze francesi, viene nominato da Ferdinando IV di Borbone, Viceré del Regno delle Due Sicilie». E comincia ad applicare quei principi liberali che saranno i bastioni del Risorgimento: fa circolare liberamente «fogli di stampa», abolisce il Tribunale del Santo Uffizio, in nome della privacy fa bruciare secoli di schedature, mette fuori legge il capestro, la privazione della luce e tutti i mezzi di tortura. E appena dopo, in Sicilia, ma sempre ben prima del lungo viaggio verso l’Unità: nel 1812 sotto l’influenza inglese, l’isola apprezza la «Costituzione» redatta da Lord William Bentinick che si comportava «come se fosse il Governatore, mentre in realtà era plenipotenziario del governo inglese». Ma intanto – e, attenzione, siamo nel 1812 – «nessun siciliano potrà essere arrestato, esiliato e in qualsiasi modo punito o privato dei suoi beni se non in forza della legge e di sentenze di magistrati ordinari». Insomma, «in Sicilia si sono affermati diritti di libertà individuale già prima di quelli che sarebbero stati riconosciuti, nel 1848 a Torino, da Carlo Alberto per il Piemonte». Questo per dire quanto i siciliani fossero culturalmente preparati, prima e più degli altri «fratelli italiani» ad afferrare il vento delle rivoluzioni del ’48. «Siamo arrivati prima noi quel nostro 12 gennaio; prima delle Cinque Giornate del marzo milanese, e la nostra rivoluzione è stata la più lunga: quindici mesi», dice Cutrera che pure è nato a Milano. E cita un passo del suo libro: «Mi riporto A Palermo, alla seduta del Parlamento di Sicilia del 17 aprile 1848, ad un solo mese dalla dichiarazione di decadenza della dinastia borbonica e dal conferimento della reggenza del Regno di Sicilia a Ruggero Settimo. Mentre tutto l’impegno dei rivoluzionari si rivolgeva per assicurare la cacciata dei Borboni dall’Isola, sul fronte dell’Unità d’Italia, il Parlamento decretava: “È autorizzato il potere esecutivo a permettere la partenza di cento individui da scegliere nella classe degli ufficiali dell’Esercito nazionale, sotto il comando del colonnello dello Stato Maggiore Giuseppe La Masa per soccorrere i nostri fratelli di Lombardia nella Santa guerra dell’Italiana Indipendenza”». La nave era già pronta e partì il giorno stesso per il suo viaggio verso il Nord da liberare: «Gente seria, i siciliani», dice Cutrera. Il resto è la storia dell’Unità d’Italia.

Francesco Cevasco