La rete dei comitati antiborbonici in Sicilia (prima parte)

L’anno che precedette la spedizione dei Mille fu un periodo difficile per il governo Borbonico. La Sicilia veniva descritta dal Luogotenente Castelcicala come immersa in uno stato di “pubblica ansietà”, di “latente agitazione” e vari fuochi patriottici la tenevano in fermento; destava preoccupazione, in particolar modo, Messina, dove nel mese di giugno era stato rilevato uno spirito pubblico “pessimo”. Erano soprattutto le notizie che giungevano dal resto d’Italia a destare “profonda impressione” e a sollevare le speranze di quelle fazioni che miravano alla sovversione dell’ordine pubblico. Questa la descrizione del frazionamento politico isolano rilevato dal Luogotenente: «Gli uomini dell’idea italiana unitaria o federativa sono sparutissimi. Ve ne sono in Messina ed in Catania, nella prima più che nella seconda città, e qualcuno in Palermo. Costoro non sono compresi nel paese, ove passano per repubblicani, non hanno influenza di sorta, ma sono pericolosi perché audaci e capaci di tutto, mirando sempre ai disordini per richiamare lo intervento straniero nel Reame. Questi tali fondano le loro speranze sulla Francia e sul Piemonte. I dottrinari, una gran parte della nobiltà, il foro, la borghesia delle grandi città, e tutti quelli che nella mobilità d’un governo rappresentativo trovano un mezzo d’acquistare influenza, potere e fortuna, tutti costoro aspirano ad un reggimento costituzionale, ma aborrono l’idea di un Parlamento per tutto il Reame, e la loro religione politica tiene alle tradizioni del 1812. Questo partito è numeroso, e trova ausilio nella gioventù incauta ed ardente […] teme di irrompere per non concitare ed armare una plebe ladra e sanguinaria, e fa assegnamento sulle eventualità politiche e sulle simpatie dell’Inghilterra. L’immensa maggioranza del paese, proprietari soprattutto, tende a miglioramenti morali e materiali ed a quel progresso civile che accrescerebbe la prosperità della Sicilia[…] Non è questo un partito, ma è la massa degli abitanti della Sicilia che[…] vuole che la Regia Potestà rimanga integra ed inconcussa; che forte sia il Governo e che il principio d’autorità si fortificasse sempre più a tutela dell’ordine e della società . Questa grande maggioranza che però è moderata nei suoi desideri, non appoggia per nulla l’Autorità, per la tema che le ispirano i due partiti accennati[…] e si limita soltanto a formare sterili voti per la conservazione dell’ordine e dice sempre al Governo – Noi saremo con voi, finché voi sarete forti». Che molte fossero le tendenze politiche in Sicilia non era novità legata all’attualità del momento. Già nel 1848 la realtà antiborbonica isolana era infatti divisa tra federalisti e unitari, monarchici e repubblicani, indipendentisti e fautori di un protettorato, senza mancare comunque di un denominatore comune: la richiesta di indipendenza e libertà della Patria. Fazionismo e litigiosità si erano poi ulteriormente acuiti quando la numerosissima emigrazione politica siciliana si era riversata nelle sedi estere. Da questo iniziale crogiolo era comunque partita la ricerca delle cause che avevano determinato il fallimento della rivoluzione, e il riconoscimento della necessità di trovare una solida base sulla quale ricominciare a costruire. Riorganizzare le fila cospirative risultava urgente anche in relazione alle notizie che giungevano dall’interno della Sicilia, dove, sulle ceneri ancora calde della fallita rivoluzione, si erano tentate delle rivolte. Era importante evitare la dispersione e il gruppo di esuli a Genova, prima di altri, percepiva la necessità di un coordinamento all’interno dell’emigrazione siciliana, subordinato ad un’organizzazione di maggiore autorità, quale per esempio l’Associazione Nazionale di Mazzini. Intanto, a Malta già in giugno girava tra gli emigrati siciliani un Progetto di un’associazione segreta da stabilirsi in Sicilia destinata al fine di liberarla dall’attuale schiavitù, che definiva dettagliatamente le modalità di organizzazione sull’isola di una rete cospirativa, partendo da una associazione segreta con sede nella capitale, e diramazioni in tutti i comuni. In particolare, nel documento si specificavano le modalità con cui dovevano organizzarsi le guerriglie armate, composte da giovani “seguaci dell’indipendenza Italiana”. Nasceva così a Palermo, anche per le continue pressioni di Rosolino Pilo, il primo Comitato esecutivo siciliano che si avvaleva della formula «Dio e Popolo – Indipendenza e Libertà», divenuto poi Comitato interno siciliano ed infine Comitato centrale siciliano. La difficile realtà di uno Stato di polizia, che quotidianamente i cospiratori si trovavano ad affrontare, servì al superamento del divario fra le varie opinioni consentendo al nuovo comitato palermitano di unire personalità di colore politico diverso e di stabilire contatti con tutti gli altri centri cospirativi democratici. Accanto al nuovo comitato mazziniano rimanevano comunque gruppi antiborbonici concorrenziali, fra tutti a Palermo gli arditi costituzionalisti. Possiamo immaginare la Sicilia percorsa da una rete cospirativa a maglia larga che univa tutte le città dell’isola con rotte privilegiate che univano Trapani, Girgenti (Agrigento), Caltanissetta e Castrogiovanni (Enna) a Palermo, e alcune diramazioni minori che collegavano Siracusa e Catania con Messina. Micro-reti, poi, toccavano i distretti e i comuni più piccoli. Messina aveva anche una valida rete di comunicazione con la realtà cospirativa continentale, ed in particolare con Reggio e Cosenza. Diversamente che nell’isola, all’estero il tentativo di unificare l’emigrazione siciliana sotto un’unica organizzazione, con l’elezione, in autonomia e in forma democratica, di un Comitato Centrale siciliano con sede a Parigi, non si tradusse in una esperienza fruttuosa e duratura. Il comitato di Parigi doveva fungere da direttorio delle questioni siciliane e mediare tra il comitato mazziniano di Londra e il comitato isolano. La mancanza di concordia, per forti divergenze di opinioni politiche, e di completa rappresentatività, nonchè la mancata partecipazione alle elezioni di varie componenti moderate, furono solo alcuni dei motivi che produssero, nel 1852, lo scioglimento di tale comitato. Nello stesso periodo Mazzini da Londra, per meglio armonizzare le iniziative, riorganizzava il Partito nazionale accentrando tutta l’azione nelle mani del Comitato nazionale di Londra, dal quale vennero nominati i Commissari per i centri di Marsiglia, Torino, Genova, Malta, Tunisi, ecc. Un solo Comitato siciliano all’estero fu riconosciuto, quello di Genova. La riorganizzazione toccava anche l’interno dell’isola, i comitati delle sette provincie, rappresentati dal centro di Palermo, potevano ora se necessario comunicare con i Commissari o con il Comitato a Genova, riservandosi comunque di darne comunicazione a Palermo. Importante il lavoro di propaganda e di proselitismo in senso unitario svolto nell’isola dalla realtà cospirativa repubblicana e mazziniana, soprattutto tra i giovani, volto ad organizzare forze in armi, a mantener caldi gli animi, a raccogliere fondi, piazzando buoni del credito mazziniano e firmando sottoscrizioni. L’attivismo li espose però maggiormente alla repressione borbonica: ogni apparizione di cartello sedizioso, ogni scoperta di corrispondenza e materiale entrato in clandestinità si traduceva in arresti. Il governo borbonico inviò agenti segreti e spie sia nell’isola che nelle diverse sedi di esilio dell’emigrazione siciliana. Da Malta, l’agente borbonico, infiltrato nel gruppo di Nicola Fabrizi ed ignoto anche al Console napoletano, dipendente direttamente dal direttore di polizia a Palermo, aggiornava costantemente il governo su tutte le iniziative cospirative, determinandone spesso il fallimento. La stretta sorveglianza nell’isola doveva evitare l’immissione clandestina di emissari, di armi, di libri messi all’indice, di stampe sediziose, di giornali e materiali ritenuti sobillatori e, dunque, pericolosi per il mantenimento dell’ordine pubblico.