La Chiesa e Garibaldi (Prima parte)

Il 14 maggio 1860, nello stesso giorno in cui assumeva i poteri di Dittatore di Sicilia, Garibaldi lanciava il famoso proclama intitolato Ai buoni preti: «Comunque sia, comunque vadano le sorti d’Italia, il Clero fa oggi causa comune con i nostri nemici, che comprano soldati stranieri per combattere italiani. Sarà maledetto da tutte le generazioni! Ciò che consola però e che promette non perduta la vera religione, si è vedere in Sicilia, i preti marciare alla testa del popolo per combattere gli oppressori». Com’è stato acutamente rilevato, più che di “buoni preti”, si dovrebbe opportunamente parlare di “preti buoni”. Buono sarebbe, nell’immagine dipinta dalle parole di Garibaldi, quel clero siciliano che effettivamente si schierò in modo palese e consistente a favore della rivoluzione e dell’impresa garibaldina, distinguendosi nettamente dal clero continentale. Lo stesso Alexandre Dumas, che partecipò all’impresa dei Mille, ironizzando a proposito di un Garibaldi (notoriamente anticlericale) circondato da preti, non poteva fare a meno di notare lo straordinario impegno del clero siciliano nella lotta antiborbonica e unitaria. A tal proposito si considerino due circostanze significative: la prima è che la rivolta del 4 aprile era partita dal convento della Gancia di Palermo; la seconda è che Garibaldi avrebbe chiamato a reggere il dicastero per l’Istruzione Pubblica e per il Culto nel Governo Provvisorio un prete liberale, il can. Gregorio Ugdulena. Dal 1820-21 in poi, la Chiesa aveva svolto nell’isola un ruolo niente affatto secondario nelle vicende risorgimentali. Chierici e religiosi d’ogni ordine e paese si erano trovati coinvolti in episodi rivoluzionari e cospirazioni antiborboniche, e persino gli odiati gesuiti, espulsi dall’isola insieme ai redentoristi sotto il governo di Ruggero Settimo (come poi nel ’60), avevano contributo alla diffusione delle idee liberali, anche in questo caso distinguendosi dai confratelli della Compagnia stanziati nella penisola. Così, Giuseppe Romano, uno fra i più insigni teorici del gesuitismo siciliano, per difendere il suo ordine dagli strali del Gioberti, domandava in senso retorico chi, se non appunto i gesuiti, avesse formato culturalmente, sotto l’assolutismo borbonico, quella generazione che aveva poi guidato la rivoluzione del 1848. Tra il Quarantotto e il Sessanta, essendo stati esiliati i migliori esponenti della cultura politica siciliana, il clero, che rimaneva il maggiore depositario del sapere non solo religioso, aveva certamente accresciuto il proprio prestigio, mentre le idee progressiste del padre teatino Gioacchino Ventura ne ispiravano la parte politicamente più avanzata. Si trattava tuttavia di un clero molto disomogeneo dal punto di vista della composizione sociale e delle idee politiche. Infatti, se da un lato l’alto clero che governava una Chiesa detentrice di circa un terzo della proprietà fondiaria dell’isola era pienamente inserito nell’area del potere costituito; dall’altro, il pletorico basso clero rimaneva in uno stato di indigenza gravissima. In seno a questo ceto, che si identificava negli umori e nei bisogni del popolo minuto, muovevano fermenti sociali che, come un fiume carsico, apparivano sovente qua e là fino poi a confluire nel gran mare della rivoluzione del 1860.